Archivio per la Categoria “Mezzogiorno”
Nel Mezzogiorno, e in particolare in Sicilia, si cominciano a manifestare i primi segni di un cedimento del sistema dei trasporti che non ha precedenti nella storia del nostro Paese. Una conseguenza della scellerata politica economica del governo, che finanzia tutto – persino le quote latte degli allevatori settentrionali che non rispettano le regole – con i soldi destinati agli investimenti nelle aree deboli del Sud.
Così Ferrovie dello Stato ha deciso di ridurre il servizio e di tagliare sull’Isola 600 posti di lavoro. Intanto Cai, assoluta monopolista sulle tratte nazionali, riduce all’osso i voli verso Roma e Milano, abbassando la qualità del servizio e mantenendo alte le tariffe. L’Alitalia trova così nel Mezzogiorno una miniera capace di assicurare la più classica tra le rendite di posizione.
Bene fanno i ferrovieri siciliani a incrociare braccia di fronte alle sforbiciate di Trenitalia, che pure si è vista tagliare 700 milioni di euro dalla Finanziaria di Tremonti. Bene fanno le famiglie e i professionisti siciliani a protestare e amobilitarsi per la situazione davvero intollerabile del trasporto aereo. Finalmente anche Lombardo sembra cominciare a rendersi conto dello scandaloso stato di cose. Era ora. Certo, per farlo ha dovuto subire personalmente le conseguenze di un sistema al limite del collasso. Vorrà dire che per una volta ringrazieremo una compagnia aerea per il disservizio offerto.
L’esecutivo crede forse di aver blandito i meridionali con lo spot del ponte sullo Stretto. Per nascondere la propria azione antimeridionalista ha pensato bene di nascondersi dietro questo vessillo che non incide in alcun modo sulla crisi, dal momento che nessuno sa se e quando vedrà aprire i cantieri.
Nei fatti neanche un euro è stato stanziato per le ferrovie del Sud, che al contrario sono state falcidiate già dalla manovra estiva. Neanche un nuovo progetto immediatamente cantierabile è stato presentato al Cipe dello scorso 6 marzo. Al contrario sono state cancellate dalle tabelle le più importanti infrastrutture di raccordo del Mezzogiorno. Neanche un centesimo è stato messo per lo sviluppo del meridione dall’esecutivo, che invece prosciuga i fondi europei e blocca il Fas destinati alle regioni del Sud.
La delibera dell’ultimo Cipe, osannata da tutti i ministri e presentata come rivoluzionaria, in realtà non prevede nuovi stanziamenti, ma si limita a riprogrammare fondi europei ottenuti dal governo di Romano Prodi. In questo modo, attraverso un complicato gioco di scatole cinesi, l’esecutivo Berlusconi riesce a eludere il vincolo che impone di destinare l’85 per cento di queste risorse per il Mezzogiorno. Usa i soldi delle aree deboli per soccorrere quelle più forti.
Mentre il presidente del consiglio celebra a bordo del Frecciarossa le incredibili prestazioni dell’alta velocità, il Sud rimane a piedi. Un’asimmetria inaccettabile, che alla fine ha portato anche importanti esponenti della maggioranza come Giuseppe Castiglione a protestare per l’inservibile stato della rete siciliana, a cominciare dalla linea Catania-Palermo: 241 chilometri in 5 ore. Se tutto va bene.
Quanto ancora dovrà continuare questo doppiopesismo? A Tremonti, Matteoli e a tutti gli altri ministri che cercano di vendere l’invendibile e di far passare per oro colato lo scempio compiuto ai danni del meridione, consiglieremmo di stare attenti. Non è con le menzogne che riusciranno a nascondere le proprie responsabilità di fronte ai cittadini e al loro crescente malcontento.
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Nei prossimi diciotto mesi più di mezzo milione di italiani perderanno il posto di lavoro. Negli ultimi tre mesi del 2008 l’occupazione si è ridotta di 126mila unità. Nello stesso periodo, l’industria meridionale ha perso 70 mila addetti, l’edilizia altri 30 mila. Non è disfattismo, né il ragionamento di qualche sciagurato che crede nel tanto peggio tanto meglio. Sono dati oggettivi, forniti dai più importanti osservatori nazionali, dall’Istat alla Svimez, dalla Confindustria al Cnel. Indicatori che gettano una luce impietosa sull’insufficienza delle misure anti-crisi messe in campo dal governo di Silvio Berlusconi.
La recessione fa chiudere le aziende, divora l’occupazione e rende sempre più esiguo il potere d’acquisto delle famiglie. Uno scenario che porta alla memoria le peggiori fasi congiunturali del nostro Paese. Ma che in realtà ha specificità tutte sue che la rendono molto peggiore per una ragione. La bufera che sta investendo l’Italia, innescata da cause esterne, ha fatto esplodere le contraddizioni e le enormi divergenze di reddito, ricchezza e produttività esistenti all’interno nel nostro Paese. Per questo, diversamente dagli scenari congiunturali classici, questa recessione sta colpendo e colpirà nei prossimi mesi soprattutto le aree deboli del Sud.
Siamo, insomma, di fronte a una crisi sistemica, che può essere affrontata solo con energiche riforme tese a riequilibrare la ricchezza tra fasce sociali e territori. Cosa sta facendo il Governo per riequilibrare i livelli di ricchezza nel nostro Paese? Meno di nulla. La squadra del Cavaliere continua a sottovalutare gli effetti e soprattutto le cause della crisi. Prepara la sua cura a base di pannicelli caldi fatta di esigui bonus famiglia (che premiano i single), scarsi ammortizzatori sociali (pagati dalle regioni deboli) e social card mai caricate (una panacea, sì, ma solo per i produttori di carte di credito).
Soprattutto, l’esecutivo non prevede alcuna azione specifica per il Sud. Al contrario, finanzia le misure nazionali più disparate con le risorse destinate allo sviluppo delle aree in ritardo, aumentando così il divario tra settentrione e meridione. Per avere la misura di questa tara antimeridionalista, basti pensare che ora il governo ha intenzione dirottare 140 milioni del Fas per rimborsare le sanzioni imposte agli allevatori furbi del nord che – a scapito degli allevatori onesti – hanno sforato le quote latte imposte dall’Unione europea. Nel complesso, quella adottata dall’esecutivo è ricetta disastrosa che non migliorerà, ma anzi peggiorerà le condizioni che hanno portato alla situazione attuale.
Se vogliamo davvero affrontare i nodi della crisi occorre muoversi su un doppio binario. Da una parte servono energiche e profonde riforme strutturali tese al riequilibrio delle risorse e delle opportunità tra ceti sociali e territori. In questo senso è fondamentale porre al centro della politica di sviluppo nazionale la questione meridionale, provvedendo a istituire strumenti specifici per il rilancio e la crescita del Mezzogiorno. Contemporaneamente servono interventi immediati , che tutelino gli ex lavoratori e la capacità d’acquisto dei cittadini più poveri.
Il Partito democratico ha già esposto le sue proposte. Progetti di immediata applicabilità, come il riconoscimento di un’indennità pari al 60 per cento dell’ultimo compenso a chiunque perda il lavoro, o il fondo straordinario di solidarietà per aiutare quelle famiglie che vivono in condizioni di estrema indigenza. Accanto a queste due misure d’urgenza i democratici invocano il ritorno a reali politiche meridionaliste e redistributive, come il ripristino di fiscalità di sviluppo per gli imprenditori meridionali e un utilizzo rigoroso dei fondi europeo destinati alle agli investimenti produttivi del Sud, prosciugati nell’ultimo anno di oltre 20 miliardi di euro.
Cosa dobbiamo aspettarci da questo governo? Purtroppo gli orizzonti peggiorano di giorno in giorno. Ne è la prova il cosiddetto decreto incentivi, partito come salva-auto e trasformatosi modifica dopo modifica nell’ennesima “manovrina” pagata dalle zone deboli. Rinunciando a recepire le proposte del Pd sugli ammortizzatori sociali, bocciando le riforme necessarie a tutela delle fasce e delle aree sottosviluppate, l’esecutivo dimostra ancora una volta di sottovalutare gli effetti della crisi e di avere una visione politica complessiva miope, pasticciata e gravemente antisociale.
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È uno spettacolo indecoroso quello che stanno offrendo i signori della maggioranza sull’assegnazione delle quote del Fas. Uno scempio sia sul piano dei fondi nazionali che su quelli regionali. Dal primo giorno di insediamento il governo ha finanziato un provvedimento dopo l’altro con la quota nazionale stanziata dal governo Prodi, arrivando a dirottare 30 miliardi su capitoli che non hanno nulla a che vedere con lo sviluppo del meridione. Sul versante regionale, invece, l’esecutivo è stato recentemente costretto a confermare la dotazione di 27 miliardi che l’Europa destina direttamente alle Regioni. Ma ha rapidamente trovato il modo di bloccare i piani attuativi, rendendo di fatto indisponibile tale somma per i territori del Mezzogiorno. Oltre al danno c’è anche la beffa: quasi tutti i piani attuativi presentati dalle amministrazioni del centro e del nord sono stati accettati.
L’assessore al Bilancio siciliano, Michele Cimino ha deciso allora di uscire dal torpore, attaccando pubblicamente il ministro ed ex governatore della Puglia Raffaele Fitto. Un affondo sferrato sotto l’ala del sottosegretario con delega al Cipe Gianfranco Micciché. Cimino, Fitto e Micciché: tre esponenti meridionali dello stesso partito, il Pdl. Tre personaggi in cerca d’autore, tanto impegnati ad allestire questa messa in scena da non rendersi conto di quanto sia grottesca la loro posizione.
Incredibile l’impostazione di Fitto: continuando a giustificare ogni bordata che l’esecutivo lancia contro il meridione, riesce solo a dimostrare che il governo preferisce penalizzare le amministrazioni amiche piuttosto di riconoscere un solo centesimo al Sud. Senza senso la non-azione di Cimino: preso atto che la sua voce rimane sistematicamente inascoltata, cosa aspetta l’assessore a dimettersi? Assurda allo stesso modo la posizione di Micciché, che sbraita spesso (e a ragione) contro Tremonti, ma rimane ben saldo sulla sua poltrona.
L’idea che i fatti siano più importanti degli annunci, evidentemente, non sfiora neppure il presidente Lombardo. Di fronte all’ennesima ingiustizia subita, il governatore ha chiesto l’ennesima udienza al premier. Un film già visto diverse volte e sempre con lo stesso finale: un sorriso e una pacca sulle spalle da parte del capo del governo. Né finora è servito di più per far tornare il sorriso sulle labbra del presidente della Regione Siciliana.
Sarà così anche questa volta? Ci auguriamo di no. L’idea che la Sicilia debba andare ripetutamente alla corte di questo governo a trazione leghista per richiedere ciò che le spetta di diritto, è già di per sé un fatto di una gravità assoluta. Cosa aspetta il governatore a prendere iniziative politiche concrete? Quante vessazioni dovrà subire la Regione prima che il leader di un partito che si dice autonomista decida di reagire? La Sicilia ha bisogno ora più che mai di una degna rappresentanza nazionale, che tuteli il territorio e i cittadini al di là di ogni schieramento politico. Si deve dare il via a una battaglia trasversale e senza sconti, per difendere le risorse necessarie a far ripartire l’economia del Mezzogiorno. E, con essa, quella di tutto il Paese.
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Mentre Raffaele Lombardo se ne sta a guardare, il governo taglia altri 900 milioni al Sud. Questo il senso dell’incontro romano tra il presidente del Consiglio e il governatore della Regione Siciliana. Il quale, spiace dirlo, ha ricevuto poco più di una pacca sulla spalla dal premier sulla futura destinazione delle risorse scippate al Fas. “Presto la situazione si sbloccherà”, ha detto sorridente il Cavaliere al governatore isolano. Tanto è bastato per far tornare a Lombardo il buon umore.
Presto la situazione si sbloccherà, dunque. Ma quando? E come? Non è dato sapere. Non occorre essere fini politologi per capire che dietro le parole di Berlusconi si nasconde una promessa vuota. Che suona persino beffarda, se si considerano gli effetti causati dall’ennesimo provvedimento varato a spese del Mezzogiorno. Parliamo del decreto salva-auto, misura d’urgenza adottata una settimana fa dal Consiglio dei ministri.
Giusti i fini, disastrosi i mezzi. In perfetto silenzio, l’esecutivo ha infatti preparato una nuova polpetta avvelenata per la Sicilia e per il Sud, finanziando il decreto con 900 milioni di euro, stanziati dalla ex 488 per gli imprenditori che puntano sulle aree deboli. Fondi che erano destinati per l’85 per cento alle imprese meridionali. Questa l’unica dotazione prevista per la copertura del provvedimento: tutto il resto è una partita di giro.
Non bastava la devastante abolizione del credito d’imposta: per meglio definire l’asse nordista del suo governo, il ministro Tremonti ha voluto lanciare una nuova crociata contro le piccole e medie imprese meridionali. E pensare che nei giorni scorsi è stato proprio il ministro dell’Economia a dire che è giusto a vincolare gli aiuti di Stato a precise garanzie sui livelli occupazionali nelle aziende. Visto che il governo intende far pagare questo decreto dalle aziende siciliane e meridionali, la domanda sorge spontanea: è prendendosela con i più deboli che si tutelano i lavoratori?
Ecco allora che si svela il gioco perverso e antimeridionalista di questa squadra di governo. Che dopo aver sottratto 20 miliardi dai fondi europei per lo sviluppo del meridione, coniuga rigorosamente al futuro ogni promessa, ma intanto non rinuncia a togliere altro ossigeno alle imprese, ai lavoratori e alle famiglie del Sud.
È importante capire che la sequela di provvedimenti antimeridionalisti che sta varando questo governo non è casuale. È miope e certamente scellerata, ma non casuale. Il governo incasella giorno dopo giorno le tessere di un mosaico preciso. Un disegno politico che vede nel Mezzogiorno una inesauribile fonte di denaro con cui coprire tutte le misure e tutte le esigenze nazionali. Anche Lombardo ormai lo avrà capito. Cosa aspetta, allora, per reagire? Perché il leader Mpa non fa pesare i suoi parlamentari a Roma? Si accontenta davvero dell’ennesima promessa da parte del mago di Arcore?
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La decisione del ministero dell’Interno di istituire a Lampedusa un nuovo Centro di identificazione ed espulsione, in aggiunta al Centro di permanenza già esistente, è di una gravità inaudita e foriero di un disegno terrificante. Le intenzioni dell’esecutivo sono quelle di trasformare l’isola in una sorta di colonia penale, dove però le donne e gli uomini non hanno alcuna colpa se non quella di provenire da realtà disperanti. Il governo vorrebbe concentrare nel Mezzogiorno le tracce più evidenti del suo fallimento, che ha portato negli ultimi mesi al raddoppio degli sbarchi di clandestini. Gli effetti di questa politica disastrosa sono ormai sotto gli occhi di tutti.
Di bassissima lega i tentativi da parte del governo di persuadere i lampedusani. Il sindaco riferisce che “piogge di milioni” erano pronte a cadere sul Comune se l’ente avesse detto di sì alla nuova struttura. Da parte sua il ministro Calderoli ha preferito lanciare l’amo pubblicamente, proponendo in un’intervista di trasformare l’isola in un porto franco. Lo sdegno è stato unanime: ci spiace ministro, Lampedusa non è in vendita.
Il fenomeno dell’immigrazione clandestina non si fronteggia tenendo per mesi donne, uomini e bambini in strutture che somigliano a penitenziari. In questo modo si aumenta la tensione sociale e si creano danni terribili al tessuto culturale ed economico di un territorio. La tradizione di ospitalità e accoglienza dei siciliani è entrata di buon merito nell’immaginario collettivo di tutto il mondo. Questo orgoglio ora rischia di incrinarsi a causa della miopia di un governo a trazione leghista.
Il blocco totale di un’isola, gli scioperi e le durissime contestazioni hanno infine portato il presidente Lombardo a chiedere che il governo torni a ragionare. Il governatore ha in calendario una serie di incontri con il governo, ma non è ancora chiaro in che modo intenda difendere i diritti della comunità isolana. Se la girandola dei vertici ministeriali dovesse concludersi ancora una volta con sterili promesse declinate al futuro, Lombardo farebbe pagare a tutta la Sicilia le conseguenze di una misera politica opportunistica.
Se il leader degli autonomisti vuole davvero incidere in questa vicenda, deve iniziare una battaglia politica senza sconti, dare un peso ai suoi parlamentari a Roma. Questa l’unica via percorribile dal governatore per difendere la causa di Lampedusa e preservare l’immagine di una delle mete più attrattive del mediterraneo.
La Sicilia non può e non deve trasformarsi in una colonia penale. Al di là degli schieramenti politici, è necessario che tutti parlamentari siciliani facciano fronte comune per ricordare a questo governo che la loro regione non è terra di conquista, dove si può qualsiasi cosa senza il minimo riguardo per la volontà e le esigenze della cittadinanza.
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La lettera-denuncia dei parlamentari siciliani di centrodestra al ministro Giulio Tremonti sul gravissimo e reiterato scippo del Fas da parte dell’esecutivo Berlusconi, lascia francamente perplessi. Giusto, anzi doveroso, denunciare - come fa da mesi l’opposizione - l’impostazione pesantemente leghista di questo governo. Una tara che si traduce nello scippo di 16,6 miliardi di euro dal fondo per le aree sottoutilizzate, nello smantellamento di ogni tipo di fiscalità di sviluppo, nella totale indifferenza dei bisogni specifici delle famiglie, dei precari e delle piccole e medie imprese che operano nelle aree deboli del Sud.
Quello che non torna è la divergenza che c’è tra i loro annunci il loro comportamento in sede parlamentare, che non si traduce mai in atti concreti e dà vita spesso a scene imbarazzanti. Una di queste si è verificata in coincidenza delle votazioni in commissione Finanze sugli emendamenti governativi al decreto anticrisi. Proprio quel provvedimento che, si legge nella missiva, “non contiene alcuna disposizione rivolta specificamente al Mezzogiorno”, e rischia anzi di diventare il trampolino per una sciagurata riforma delle tariffe energetiche. In quella sede, i deputati meridionali di centrodestra avrebbero potuto esprimere il loro dissenso e battersi sul piano istituzionale contro la squadra di Berlusconi. Tuttavia, proprio nel momento della votazione, pidiellini e autonomisti hanno preferito alzare i tacchi e uscire dall’aula, evitando ogni confronto politico. L’azione di contrasto, naturalmente solo simbolica, è stata dunque portata avanti esclusivamente dai deputati del centrosinistra.
È così che i “nostri eroi” hanno intenzione di tutelare gli interessi del meridione? Come pensano di risolvere questa dissociazione tra parole e fatti i parlamentari siciliani? Nelle ultime settimane si sono palesati vaghi segni di risveglio da parte dei parlamentari isolani di centrodestra. Bene fa Gianfranco Micciché a spronare i suoi, ma lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio non può, da quel pulpito, avanzare critiche senza incarnare un paradosso. Interviste, esternazioni e missive devono ora trasformarsi in atti conseguenti.
I sedicenti “ribelli” di centrodestra, se non agiranno subito nelle sedi opportune, continueranno ad avallare di fatto le vessazioni compiute dall’asse Bossi-Tremonti. Di fronte all’insipienza della loro protesta, il governo ha già capito di avere carta bianca nella gestione delle risorse destinate al Sud.
La battaglia contro la discriminazione della Sicilia e del meridione deve essere condotta con il massimo della coerenza e al di là di ogni schieramento di parte. Il tema della crescita economica del Mezzogiorno deve tornare ad essere il punto centrale di una strategia di sviluppo nazionale. Solo mettendo insieme le forze nelle sedi istituzionali saremo in grado di imprimere una svolta decisiva nella politica miope di questo esecutivo. Sono pronti i colleghi siciliani del centrodestra a raccogliere la sfida?
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Il fronte di lotta che ha opposto e continua a opporre i sindaci delle isole minori al governo a causa dello scandaloso taglio delle linee Siremar, mette in evidenza ancora una volta il doppio standard antimeridionalista applicato dall’esecutivo Berlusconi in materia di trasporti. Per meglio mettere a fuoco questo doppio standard basta osservare le vicende che stanno animando in questi giorni il teatrino sulle sorti di Malpensa, “fiero scalo dell’Italia che produce”. I fatti sono noti: la Lega, “per salvare l’hub padano”, spinge per l’alleanza con Lufthansa, facendo finta di non sapere che un accordo in tal senso è ormai del tutto improbabile. Il carroccio finge anche di ignorare che un accordo con Air France non comprometterebbe affatto le sorti dell’aeroporto lombardo, essendo ormai prossima la liberalizzazione degli slot lasciati liberi da Alitalia. Spazi sui quali la compagnia tedesca ha già puntato gli occhi.
Perché, allora, dar spago a una falsa querelle? Il battibecco tra il Senatùr e il Cavaliere cerca di far passare un messaggio preciso e surrettizio: nel passaggio delle consegne tra vecchia e nuova Alitalia, a rimetterci sarà il nord e non il centro. E tanto meno l’improduttivo meridione.
Già, il Sud. Che fine ha fatto il Mezzogiorno nel dibattito sul futuro del trasporto aereo italiano? Se si guardano i numeri, nell’era Cai spostarsi da Palermo a Roma sarà più difficile e più costoso di prima. Soprattutto, non si avranno alternative. La fusione tra Airone e la vecchia Alitalia annulla di fatto la concorrenza e crea un monopolio destinato a tradursi in prezzi alti e bassa qualità dei servizi. Mentre però un utente che risiede al nord avrà sempre la possibilità di viaggiare in treno, un suo omologo meridionale dovrà per forza prendere l’aereo, trovandosi costretto a pagare di tasca propria una vera rendita di posizione.
Morale della favola: sarà il mezzogiorno a pagare l’inadeguatezza dimostrata dal governo nell’affaire Alitalia. Un dossier costato ai contribuenti 4 miliardi di euro e che ha dato vita a una mini compagnia di bandiera che opererà in regime di esclusiva a sud di Napoli. Al di là degli annunci fittizi e delle false polemiche, questa è l’operazione del governo Berlusconi. Dietro la cortina fumogena creata intorno a Malpensa, dietro i bisticci e le false preoccupazioni “per l’Italia che produce”, c’è il solito vecchio schema che scarica le inefficienze “sull’Italia che paga”, vale a dire sul Sud. Un modello purtroppo ampiamente collaudato in questi mesi con i decreti e i provvedimenti più disparati, dall’operazione dell’Ici sulle case di lusso allo scippo dei fondi per le aree sottoutilizzate fino all’abolizione del credito d’imposta per gli imprenditori meridionali.
Un doppio standard, come si diceva, che non produce vergogna nei signori che ci governano, men che mai in quelli siciliani. Ma non determina neanche azioni concrete da parte da quegli esponenti meridionali di maggioranza cui piace fare la voce grossa. Ma, si capisce, solo a giorni alterni, e rigorosamente tra le mura di casa propria.
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Gianfranco Micciché si sta producendo in questi giorni in una serie di dichiarazioni contro il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, reo, come ripetiamo da mesi, dello svuotamento del Fas e di una grave impostazione “leghista” e antimeridionalista. Sarebbe una battaglia nobile, non fosse condotta solo ed esclusivamente a colpi di proclami da un esponente dello stesso governo responsabile del più grave trasferimento di fondi dal Sud al Nord che l’Italia ricordi.
Micciché, che vanta la delega al Cipe, dovrebbe far seguire alle parole comportamenti conseguenti e rassegnare le dimissioni. Altrimenti si assuma fino in fondo le proprie responsabilità e renda conto del disastro perpetrato dalla squadra di governo di cui fa parte. A cominciare dal pasticcio uscito dalla seduta di giovedì scorso del Comitato interministeriale che, se possibile, ha reso ancora più torbide le acque intorno alle sorti del Fondo per le aree sottoutilizzate.
Entrando un minimo nel merito delle cifre prodotte dal Cipe, ci si accorge infatti che dei 7,3 miliardi sbloccati solo 4 riguarderanno il Sud. In altri termini, poco più del 50 per cento, a fronte dell’85 previsto dalla legge. Non solo. Nel monte complessivo delle risorse sbloccate, due miliardi e mezzo di euro risultano “già vincolati”. Come? Da chi? Non è dato saperlo. Il governo blatera, farfuglia, ma non fornisce alcun documento. Alza invece una cortina fumogena, delegando ai Micciché di turno il compito di blandire l’opinione pubblica meridionale a suon di promesse, rigorosamente declinate al futuro. Così, mentre il sottosegretario rassicura i suoi conterranei, a Montecitorio va in porto una Finanziaria che sottrae al Sud di altri 3 miliardi di euro per il 2009.
Il “signor Cipe”, tanto che c’è, potrebbe spiegarci anche il senso dello stanziamento di 1,3 miliardi di euro per il Ponte sullo stretto, a quanto pare promesso personalmente dal ministro delle infrastrutture Altero Matteoli al sindaco di Messina. Micciché sarà certamente al corrente del fatto che la crisi nel 2009 è destinata a colpire soprattutto la Sicilia e il meridione. Per difendere il tessuto sociale e produttivo del Mezzogiorno, per creare posti di lavoro e arginare il pericolo di un tracollo dell’occupazione, abbiamo bisogno di dare il via a opere immediatamente cantierabili, non a infrastrutture di cui non è stato completato neppure il progetto esecutivo.
Se al Sud tornassero almeno una parte delle risorse saccheggiate per coprire gli sperperi di questo governo, si potrebbero trovare le risorse necessarie per finanziare seri piani di sviluppo, a cominciare dal ripristino dell’automatismo sul credito d’imposta. Purtroppo invece, con il dirottamento di risorse dal Fondo sociale europeo per gli ammortizzatori sociali, già si prepara il prossimo scippo ai danni delle aree deboli del paese.
È ora che gli esponenti meridionali di governo e di maggioranza la finiscano di fare il doppio gioco, comportandosi da paladini in Sicilia in e da agnelli a Roma. Serve coerenza e serietà: in ballo c’è il futuro del Mezzogiorno e di tutta l’Italia. Ci piacerebbe sapere su quali basi Micciché si sente di dare garanzie ai siciliani. E soprattutto da chi intenda difenderli, se non dal sodalizio antimeridionalista e antisociale di cui, almeno finora, “mister Cipe” è parte integrante.
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Fuitevenne, diceva Eduardo trent’anni fa, esortando le giovani generazioni meridionali a scappare dalle loro terre per cercare la propria realizzazione altrove. Un anatema nero e disperato, che tuttavia suona ancora oggi drammaticamente attuale. I giovani, specialmente quelli culturalmente più attrezzati, abbandonano in massa il Sud. Questi ragazzi hanno spesso studiato fuori dalla propria regione, negli atenei emiliano-romagnoli, lombardi, laziali. Il bilancio parla da sé: tre studenti fuorisede su quattro alla fine decidono di non tornare a casa. Negli anni accademici ognuno di loro avrà assorbito il 30 per cento delle risorse famigliari. Il flusso di denaro complessivamente spostato ogni anno è stato stimato in 3,5 miliardi di euro. Una somma pagata dal Mezzogiorno a favore delle aree forti del paese.
L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta naturalmente nel fatto che coinvolge laureati, ricercatori, professionisti altamente specializzati. Dopo aver raggiunto l’eccellenza con le risorse della propria famiglia, “la meglio gioventù” meridionale finisce per lavorare e per produrre nelle ricche città del Nord. Come si vede siamo di fronte a una tripla emorragia: sociale, professionale ed economica.
Se ciò accade è perché il Sud non ha ancora sviluppato una rete industriale e imprenditoriale capace di assorbire questa forza lavoro, o di offrire opportunità di carriera competitive rispetto alle realtà settentrionali. È proprio da qui, dai comparti produttivi, che occorre cominciare a sviluppare una riflessione sul lavoro da fare.
La classe imprenditoriale meridionale ha bisogno della spinta necessaria per far ripartire il motore del Sud. In termini pratici questo non può che tradursi nel ripristino di una fiscalità di sviluppo che agevoli gli investimenti da Napoli in giù. Su questo binario il governo Prodi, dopo lunghe negoziazioni con l’Unione europea, aveva istituito l’automatismo sul credito d’imposta, prontamente smantellato nella finanziaria estiva di Tremonti. Ancora: serve un massiccio piano di investimenti che rinnovi le infrastrutture per la viabilità primaria e secondaria delle regioni meridionali. Anche per questo l’esecutivo passato aveva portato a 64 miliardi il Fondo per le aree sottoutilizzate, ridotto di oltre 12 miliardi da questo governo. Terza nodo da sciogliere, quello della domanda e dei consumi. Che si rilanciano aumentando il potere d’acquisto delle fasce più deboli, e non certo abolendo l’Ici sulle case di lusso, come ha fatto la squadra del Cavaliere.
L’idea il meridione debba “farcela da solo”, senza gravare economicamente sul resto del paese è un concetto tecnicamente sbagliato, frutto di un preconcetto purtroppo ormai molto diffuso. Il retropensiero è semplice e vede il Sud come una fucina di corruzione, autentica palla al piede di un Nord virtuoso e produttivo. Ebbene, a parte il fatto che molta della ricchezza materiale e immateriale del settentrione è stata ed è tuttora pagata con risorse del Mezzogiorno, la notizia vera è che senza puntare sul Sud l’Italia non può più crescere. Perché il mercato del Nord, anche quello del lavoro, è ormai prossimo alla saturazione.
Sul tavolo abbiamo oggi uno strumento che si chiama federalismo fiscale. Un oggetto che può offrire soluzioni nuove e positive o, invece, rappresentare l’arma con cui affondare definitivamente il meridione, e con esso tutta l’Italia. La delega in bianco lasciata finora alla Lega lascia temere il peggio. Oggi come mai serve dialogo, cooperazione e concertazione tra maggioranza, opposizione e parti sociali.
Sta al governo decidere se cogliere questa opportunità o andare avanti come uno schiacciasassi. Una cosa è certa: se Berlusconi dovesse decidere ancora una volta di procedere in maniera unilaterale, se non invertirà la rotta sulle misure antimeridionalistiche fin qui varate, si assumerà la responsabilità di un disastro incalcolabile per tutto il Paese.
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Non è facile individuare e comprendere la tara politica che spinge il governo ad affondare il Mezzogiorno un provvedimento dopo l’altro. È anche difficile credere che una tale demolizione programmatica possa essere condotta senza reali proteste da parte degli esponenti meridionali della maggioranza. Tuttavia è ciò che sta accadendo. A suggellarlo, il silenzio di fronte all’ultimo scandaloso scippo al Fas perpetrato ai danni del Meridione. I numeri sono associabili a un bollettino di guerra. Secondo lo schema di delibera approvato recentemente dal Cipe, le risorse destinate alle aree sottoutilizzate saranno ridotte di 14 miliardi, 12 dei quali saranno pagati dal Sud. In questo bollettino la Sicilia si prepara a pagare il dazio più alto. Togliere risorse allo sviluppo delle aree deboli per fare cassa è un’operazione abbietta e un vizio che questo esecutivo non riesce a togliersi. La squadra di Berlusconi l’ha già fatto per far fronte a scelte politiche sbagliate come il taglio dell’Ici per i più ricchi. Ora con la stessa tecnica intende far pagare alle aree deboli i più disparati provvedimenti del governo, dalla riforma delle università, all’organizzazione di un evento internazionale come il G8.
Non è solo una questione di tagli. Nelle vari capitoli di spesa non si intravede alcuna riallocazione tesa a concentrare le risorse sui settori in grado di rilanciare lo sviluppo delle regioni meridionali. Dopo aver congelato per quasi un anno la programmazione 2007-2013, la squadra del Cavaliere la riavvia con importi fortemente ridotti. Tutto qui. Nessuna politica redistributiva emerge dai rapporti delle nuove quote. Siamo di fronte all’ennesimo colpo d’accetta verticale, finalizzato esclusivamente a rimpinguare le casse dello Stato Con i soldi del Sud. Qualche tempo fa Raffaele Lombardo, da presidente della Provincia di Catania, chiamava a raccolta i suoi uomini nella Capitale. Nel mirino aveva il governo Prodi, che dopo aver stanziato un miliardo e mezzo per la viabilità secondaria, tardava a suo dire, a rendere disponibile tale somma. Cosa farà Lombardo, intanto diventato governatore, ora che la destra ha ridotto a 500 milioni questo fondo? Salirà di nuovo a Roma più infuriato che mai o, da bravo autonomista, dirà il suo personalissimo “obbedisco” al Cavaliere?
Nessuno si sogna di mettere in dubbio l’importanza di avviare un grande piano di opere pubbliche in un periodo come questo. Ma esigiamo garanzie sul fatto che i soldi del Sud rimangano al Sud. Un concetto che non dovrebbe sfuggire a una coalizione che si dice federalista. È possibile realizzare le grandi infrastrutture del nord con le risorse programmate per lo sviluppo del Sud? È così che il governo cerca di rilanciare lo sviluppo del Mezzogiorno? È così che intende varare le necessarie politiche espansive? Mentre il governo manda a rotoli il Mezzogiorno a furia di spallate, tutto tace dagli scranni dei parlamentari meridionali. In uno strano esercizio di equilibrismo politico, qualche esponente autonomista tenta persino di prendersela con il governo Prodi. Non ci piace sparare sulla croce rossa, tuttavia non abbiamo difficoltà a ricordare che il centrosinistra ha portato a quota 64 miliardi il Fas, ha implementato l’automatismo sul credito d’imposta per gli imprenditori del Sud. In questo governo la questione meridionale è stata invece del tutto cancellata. Altro che piano anti-crisi: se l’esecutivo non si decide a cambiare politica, confermerebbe la sua grave impostazione antimeridionalista. Ma anche, e soprattutto, la sua miope politica di sviluppo nazionale.
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