Archivio per la Categoria “Crisi”
Ogni anno 300 mila persone abbandonano il Sud per cercare fortuna altrove. Quasi uno su due decideranno di non tornare più a casa per tentare di realizzare le proprie aspettative in altre parti del Paese. È il dato più sconcertante che emerge dal rapporto annuale Svimez. Da troppo tempo il Mezzogiorno rimane lontano dalle priorità nazionali. In particolare da un anno a questa parte sembra uscito del tutto dall’agenda pubblica.
Il modello di intervento dell’attuale governo privilegia infatti il riposizionamento competitivo delle aree forti, nella convinzione che alleggerendo gli ultimi vagoni il “convoglio Italia” possa ripartire spedito. Un errore strategico di portata nazionale. Dal decreto Abruzzo agli ammortizzatori sociali, dai bonus famiglia agli incentivi auto, fino ad arrivare al rimborso delle multe europee agli allevatori del nord, ogni spesa è stata finora caricata sulle zone e sulle fasce più deboli del Paese.
Quando una disgrazia si abbatte su una comunità, sia essa una crisi economica, un terremoto o una drammatica ondata di disoccupazione, gli sforzi per la ripresa devono essere chiesti anzitutto alle realtà più forti. Non è solo una questione di solidarietà e giustizia sociale. Le zone e le fasce deboli deboli devono tornare al centro della politica italiana perché solo attraverso una redistribuzione della ricchezza e delle opportunità il sistema-Paese sarà in grado di ripartire.
Se i migliori ragazzi scappano dal sud è perché il Mezzogiorno non è in grado di competere con il nord sul piano della capacità di assorbire forza lavoro altamente qualificata. Come si esce da questa situazione? Come dice il Presidente della Repubblica, lo Stato deve fare di più. Due i nodi da sciogliere: il mancato sviluppo del comparto produttivo del Sud e l’assenza di seri strumenti di raccordo tra le università e il mondo del lavoro.
La classe imprenditoriale meridionale ha bisogno della spinta necessaria per far ripartire il motore del Sud. In termini pratici questo non può che tradursi nel ripristino di una fiscalità di sviluppo che agevoli gli investimenti da Napoli in giù. Su questo binario il governo del centrosinistra , dopo lunghe negoziazioni con l’Unione europea, aveva istituito l’automatismo sul credito d’imposta, immediatamente smantellato da Giulio Tremonti.
Quanto alla promozione del radicamento della forza lavoro nel Mezzogiorno, il Partito democratico ha proposto un piano da 450 milioni per incentivare l’assunzione a tempo indeterminato di 100 mila diplomati e laureati meridionali. Tale progetto, prontamente bocciato dal governo Berlusconi, prevedeva che il compenso del giovane fosse a carico dello stato per i primi sei mesi di stage, al termine dei quali è previsto un bonus di tremila euro per le imprese meridionali che avessero offerto un contratto a tempo indeterminato. Una proposta che non avrebbe impegnato eccessivamente le casse dello Stato e che avrebbe contribuito a far rimanere al Sud una parte di quella “meglio gioventù” che ogni anno lascia la propria terra per non tornare.
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Nei prossimi diciotto mesi più di mezzo milione di italiani perderanno il posto di lavoro. Negli ultimi tre mesi del 2008 l’occupazione si è ridotta di 126mila unità. Nello stesso periodo, l’industria meridionale ha perso 70 mila addetti, l’edilizia altri 30 mila. Non è disfattismo, né il ragionamento di qualche sciagurato che crede nel tanto peggio tanto meglio. Sono dati oggettivi, forniti dai più importanti osservatori nazionali, dall’Istat alla Svimez, dalla Confindustria al Cnel. Indicatori che gettano una luce impietosa sull’insufficienza delle misure anti-crisi messe in campo dal governo di Silvio Berlusconi.
La recessione fa chiudere le aziende, divora l’occupazione e rende sempre più esiguo il potere d’acquisto delle famiglie. Uno scenario che porta alla memoria le peggiori fasi congiunturali del nostro Paese. Ma che in realtà ha specificità tutte sue che la rendono molto peggiore per una ragione. La bufera che sta investendo l’Italia, innescata da cause esterne, ha fatto esplodere le contraddizioni e le enormi divergenze di reddito, ricchezza e produttività esistenti all’interno nel nostro Paese. Per questo, diversamente dagli scenari congiunturali classici, questa recessione sta colpendo e colpirà nei prossimi mesi soprattutto le aree deboli del Sud.
Siamo, insomma, di fronte a una crisi sistemica, che può essere affrontata solo con energiche riforme tese a riequilibrare la ricchezza tra fasce sociali e territori. Cosa sta facendo il Governo per riequilibrare i livelli di ricchezza nel nostro Paese? Meno di nulla. La squadra del Cavaliere continua a sottovalutare gli effetti e soprattutto le cause della crisi. Prepara la sua cura a base di pannicelli caldi fatta di esigui bonus famiglia (che premiano i single), scarsi ammortizzatori sociali (pagati dalle regioni deboli) e social card mai caricate (una panacea, sì, ma solo per i produttori di carte di credito).
Soprattutto, l’esecutivo non prevede alcuna azione specifica per il Sud. Al contrario, finanzia le misure nazionali più disparate con le risorse destinate allo sviluppo delle aree in ritardo, aumentando così il divario tra settentrione e meridione. Per avere la misura di questa tara antimeridionalista, basti pensare che ora il governo ha intenzione dirottare 140 milioni del Fas per rimborsare le sanzioni imposte agli allevatori furbi del nord che – a scapito degli allevatori onesti – hanno sforato le quote latte imposte dall’Unione europea. Nel complesso, quella adottata dall’esecutivo è ricetta disastrosa che non migliorerà, ma anzi peggiorerà le condizioni che hanno portato alla situazione attuale.
Se vogliamo davvero affrontare i nodi della crisi occorre muoversi su un doppio binario. Da una parte servono energiche e profonde riforme strutturali tese al riequilibrio delle risorse e delle opportunità tra ceti sociali e territori. In questo senso è fondamentale porre al centro della politica di sviluppo nazionale la questione meridionale, provvedendo a istituire strumenti specifici per il rilancio e la crescita del Mezzogiorno. Contemporaneamente servono interventi immediati , che tutelino gli ex lavoratori e la capacità d’acquisto dei cittadini più poveri.
Il Partito democratico ha già esposto le sue proposte. Progetti di immediata applicabilità, come il riconoscimento di un’indennità pari al 60 per cento dell’ultimo compenso a chiunque perda il lavoro, o il fondo straordinario di solidarietà per aiutare quelle famiglie che vivono in condizioni di estrema indigenza. Accanto a queste due misure d’urgenza i democratici invocano il ritorno a reali politiche meridionaliste e redistributive, come il ripristino di fiscalità di sviluppo per gli imprenditori meridionali e un utilizzo rigoroso dei fondi europeo destinati alle agli investimenti produttivi del Sud, prosciugati nell’ultimo anno di oltre 20 miliardi di euro.
Cosa dobbiamo aspettarci da questo governo? Purtroppo gli orizzonti peggiorano di giorno in giorno. Ne è la prova il cosiddetto decreto incentivi, partito come salva-auto e trasformatosi modifica dopo modifica nell’ennesima “manovrina” pagata dalle zone deboli. Rinunciando a recepire le proposte del Pd sugli ammortizzatori sociali, bocciando le riforme necessarie a tutela delle fasce e delle aree sottosviluppate, l’esecutivo dimostra ancora una volta di sottovalutare gli effetti della crisi e di avere una visione politica complessiva miope, pasticciata e gravemente antisociale.
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All’inizio lo abbiamo tutti preso per uno scherzo. O magari per un refuso, un errore di stampa dovuto a qualche distratto correttore di bozze. E invece è proprio così: dopo aver stanziato 10 miliardi a favore degli istituti di credito settentrionali, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha davvero detto che conta di rilanciare l’economia del Mezzogiorno con cinque milioni. Non un euro in più finirà infatti nella dotazione della Banca del Sud, istituto “in grado di sostenere lo sviluppo del meridione”, per dirla con le parole del titolare di via XX settembre.
Ma non basta, Tremonti è andato oltre, volando alto come suo solito, spiegando ai meridionali che l’Unità d’Italia è stata fatta a spese del Sud, “con le baionette piemontesi” e non con le teorie illuminate di certi intellettuali risorgimentali. Sorge il dubbio che in quel momento il ministro non stesse affatto muovendo un’accusa, ma invece illustrava il modello cui si ispira l’azione del suo governo.
Fuori dall’ironia, la disinvoltura con la quale il ministro Tremonti si taccia per meridionalista dopo aver messo in ginocchio il Sud è francamente insopportabile. Mentre la crisi imperversa colpendo in particolare i lavoratori delle aree deboli, mentre gli esercizi chiudono soffocati dalla stretta creditizia, mentre le famiglie non hanno più di che spendere, la trovata della Banca del Sud – così come pensata dal governo – non può che essere accolta per quello che è: un pessimo numero di avanspettacolo per far dimenticare ai meridionali la parola “recessione”.
Niente più che un diversivo con il quale la squadra del Cavaliere cerca inutilmente di blandire la disillusione e la rabbia nei confronti di questo governo. Non è con uno spot pubblicitario che si cancella nella memoria dei meridionali lo scippo di 20 miliardi di euro dai fondi destinati allo sviluppo del Sud. Non è con uno slogan che si fa dimenticare ai piccoli imprenditori del Mezzogiorno l’abolizione del credito di imposta. Non è con il solito refrain che le famiglie riusciranno ad aumentare il proprio potere d’acquisto. La recessione non si combatte a colpi di annunci, ma con serie politiche di sostegno al reddito e con strumenti specifici di fiscalità di sviluppo chi investe nelle aree deboli.
Quanto sia traballante il discorso intorno alla Banca del Sud lo dimostra il totale immobilismo del governo fronte alla stretta che sta attanagliando le famiglie e le imprese siciliane. Una logica dalla quale non si sottrae neppure il presidente Lombardo. Secondo le ultime stime, infatti, il Banco di Sicilia – unico vero istituto meridionale di cui disponiamo – declina ormai due richieste di credito su tre. Su questo bilancio pesa l’assenza di una visione strategica da parte dell’azionista istituzionale, la Regione Siciliana. Se si vuole veramente iniziare un percorso a favore del Mezzogiorno, si cominci a lavorare da qui e dalle altre realtà esistenti. Si chiarisca una volta per tutte qual’è il ruolo della maggiore banca siciliana. E se è davvero possibile, almeno in questo caso, distinguere le finalità del credito dallo sviluppo economico e sociale del territorio.
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Mentre Raffaele Lombardo se ne sta a guardare, il governo taglia altri 900 milioni al Sud. Questo il senso dell’incontro romano tra il presidente del Consiglio e il governatore della Regione Siciliana. Il quale, spiace dirlo, ha ricevuto poco più di una pacca sulla spalla dal premier sulla futura destinazione delle risorse scippate al Fas. “Presto la situazione si sbloccherà”, ha detto sorridente il Cavaliere al governatore isolano. Tanto è bastato per far tornare a Lombardo il buon umore.
Presto la situazione si sbloccherà, dunque. Ma quando? E come? Non è dato sapere. Non occorre essere fini politologi per capire che dietro le parole di Berlusconi si nasconde una promessa vuota. Che suona persino beffarda, se si considerano gli effetti causati dall’ennesimo provvedimento varato a spese del Mezzogiorno. Parliamo del decreto salva-auto, misura d’urgenza adottata una settimana fa dal Consiglio dei ministri.
Giusti i fini, disastrosi i mezzi. In perfetto silenzio, l’esecutivo ha infatti preparato una nuova polpetta avvelenata per la Sicilia e per il Sud, finanziando il decreto con 900 milioni di euro, stanziati dalla ex 488 per gli imprenditori che puntano sulle aree deboli. Fondi che erano destinati per l’85 per cento alle imprese meridionali. Questa l’unica dotazione prevista per la copertura del provvedimento: tutto il resto è una partita di giro.
Non bastava la devastante abolizione del credito d’imposta: per meglio definire l’asse nordista del suo governo, il ministro Tremonti ha voluto lanciare una nuova crociata contro le piccole e medie imprese meridionali. E pensare che nei giorni scorsi è stato proprio il ministro dell’Economia a dire che è giusto a vincolare gli aiuti di Stato a precise garanzie sui livelli occupazionali nelle aziende. Visto che il governo intende far pagare questo decreto dalle aziende siciliane e meridionali, la domanda sorge spontanea: è prendendosela con i più deboli che si tutelano i lavoratori?
Ecco allora che si svela il gioco perverso e antimeridionalista di questa squadra di governo. Che dopo aver sottratto 20 miliardi dai fondi europei per lo sviluppo del meridione, coniuga rigorosamente al futuro ogni promessa, ma intanto non rinuncia a togliere altro ossigeno alle imprese, ai lavoratori e alle famiglie del Sud.
È importante capire che la sequela di provvedimenti antimeridionalisti che sta varando questo governo non è casuale. È miope e certamente scellerata, ma non casuale. Il governo incasella giorno dopo giorno le tessere di un mosaico preciso. Un disegno politico che vede nel Mezzogiorno una inesauribile fonte di denaro con cui coprire tutte le misure e tutte le esigenze nazionali. Anche Lombardo ormai lo avrà capito. Cosa aspetta, allora, per reagire? Perché il leader Mpa non fa pesare i suoi parlamentari a Roma? Si accontenta davvero dell’ennesima promessa da parte del mago di Arcore?
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Nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica è tornato a parlare di questione meridionale. Il Capo dello Stato ha denunciando “nuove sordità verso le esigenze del Mezzogiorno”, ribadendo che l’unità nazionale “va rafforzata” anche attraverso il “dovere inderogabile” del Nord di essere solidale con il Sud. Un appello importante, lanciato proprio in coincidenza con l’approvazione alla Camera del decreto che il governo si ostina a chiamare anticrisi. Provvedimento che ignora completamente le aree deboli del Sud, dove sono le famiglie più numerose, i lavoratori meno tutelati e gli imprenditori maggiormente a rischio.
Dimostrando un’arroganza senza limiti, l’esecutivo ha posto per la trentaduesima volta dal suo insediamento la questione di fiducia, facendo cadere tutti gli emendamenti (le opposizioni ne avevano presentati appena una trentina per evitare di dare alibi all’esecutivo) e mettendo nuovamente il bavaglio al Parlamento. Ne risulta un testo del tutto sbilanciato che, se approvato senza modifiche anche al Senato, potrebbe portare il Mezzogiorno verso un 2009 disastroso.
Il tanto pubblicizzato assegno familiare, per cominciare, è completamente fuori bersaglio. Non solo è un bonus “una tantum”, ma beffa proprio i nuclei più numerosi, premiando i single e le coppie senza figli. Quanto alla social card, il flop è decretato dai numeri: su scala nazionale del milione e 300mila aventi diritto, solo 350mila l’hanno ottenuta. Intanto si moltiplicano i casi di persone che, davanti a una cassa, si sentono dire che la carta è scarica, e pertanto devono posare la merce che intendevano acquistare. Una mortificazione inaccettabile, davanti alla quale tutti gli ideatori di questa tessera dovrebbero vergognarsi. Non era meglio dare semplicemente il denaro a chi ne ha diritto?
La situazione è poi disastrosa sul fronte delle piccole e medie imprese. Nulla è stato fatto per ripristinare l’automatismo sul credito d’imposta. Gli imprenditori meridionali rimangono così senza strumenti di fiscalità di sviluppo, in totale balia della stretta creditizia. In compenso, chi vive o lavora nel Mezzogiorno si vedrà recapitare bollette più care grazie alla geniale idea di spaccare in tre l’Italia sulle tariffe energetiche. Morale: il potere d’acquisto delle famiglie meridionali diminuirà, gli investimenti a sud di Roma saranno disincentivati, la precarietà tenderà a salire. Così come la disoccupazione.
Sul delicato tema degli ammortizzatori sociali, senza neppure essersi confrontato con i sindacati, il governo ha prodotto formule confuse e si è mosso senza la copertura di nuove risorsa (si intende veramente depredare i Fondi sociali europei e compiere così l’ennesimo scippo ai danni del Mezzogiorno?). Una ricetta che rischia di creare solo grandi illusioni. In definitiva, dopo aver tagliato al Sud 16,6 miliardi di euro, il governo Berlusconi non ha destinato neppure un centesimo alle riforme necessarie per il suo rilancio. Tremonti pensa forse di far cosa gradita al Carroccio. Non capisce che questa impostazione antimeridionalista condanna alla catastrofe l’Italia intera, nord incluso.
Come sottolineato nel messaggio di capodanno dal Capo dello Stato, il paese può e deve uscire migliore da questa crisi. Ma questo sarà possibile solo se il governo si deciderà a cambiare radicalmente linea, invertendo la sua impostazione unilateralista e comprendendo una volta per tutte che senza puntare sul Sud l’Italia non può ripartire.
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La crisi dei mercati finanziari mondiali e le conseguenti ripercussioni sulle economie reali dei Paesi impongono una riflessione sulle riforme necessarie a rendere più stabile, equo e responsabile il sistema capitalistico italiano e internazionale. Ci vogliono nuove regole. Le criticità del sistema attuale sono oggi sotto gli occhi di tutti e sono riconducibili principalmente a un fattore: la cattiva distribuzione di ricchezza all’interno delle società. Negli ultimi venti anni abbiamo assistito su scala mondiale e nazionale ad una costante e spaventosa divergenza tra redditi bassi e redditi alti. Proprio su questo nodo, che è anche un nodo politico, il Partito democratico è chiamato ad avviare al suo interno un dibattito profondo e proficuo. La sfida che dobbiamo e vogliamo accogliere è come determinare in Italia, in Europa e nel mondo una migliore e più equa distribuzione delle risorse. La questione ultima è ambiziosa: esiste una possibilità per l’Europa di diventare riferimento mondiale quanto a politiche di redistribuzione? È pensabile uno spostamento del baricentro globale sul vecchio continente sul piano economico-sociale? Da parte mia sono convinto di sì.
Credo che al Partito democratico sia data oggi la grande occasione di diventare protagonista di questo dibattito in Europa. Una discussione che tra l’altro permette al partito di cementare al proprio interno identità eterogenee. C’è ancora molto lavoro da fare per individuare il rapporto ideale tra Stato, mercato e società civile. Tuttavia alcuni punti sono già saldi. Il Partito democratico fa propri i principi di un sistema economico-finanziario etico, responsabile e trasparente. Crede nella necessità di dotare gli organismi di controllo di maggiori e più penetranti poteri decisionali. L’obiettivo deve essere quello di una nuova e aggiornata Bretton Woods, che si confronti attivamente con rappresentanze internazionali dei lavoratori e dei risparmiatori. L’istituzione di questo nuovo soggetto impone una sfida alta, quella di istituire le giuste regole che rilancino le questioni dell’etica e della responsabilità sociale dell’impresa.
L’Italia, da anni drammaticamente a corto di risorse, con il governo Berlusconi è entrata in questa crisi nel peggiore dei modi. Basta entrare un minimo nel merito dei provvedimenti finora adottati per capire quanto le misure dell’esecutivo abbiano peggiorato le condizioni di vita delle fasce sociali e degli imprenditori più deboli. È il caso dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa, provvedimento già adottato dal governo di Romano Prodi ed applicato nella scorsa legislatura sul 40 per cento delle abitazioni dei cittadini di ceto medio-basso. L’estensione decisa da Berlusconi per le case di lusso ha avuto come effetto quello di spostare tre miliardi di euro dalle aree deboli del Sud a quelle più forti del centro-nord.
Il ministro che fregia i suoi atti con il nome di Robin Hood ha sottratto ai poveri per dare ai ricchi anche con lo smantellamento dell’automatismo sul credito d’imposta per gli imprenditori meridionali. Il governo, che promette di non aumentare le tasse, che giura di voler rilanciare la domanda e i consumi, per decreto ha sterilizzato l’unico sistema disponibile che garantiva una fiscalità di vantaggio a chi intendesse investire nel Mezzogiorno. Nel pieno della crisi, dunque, Berlusconi e Tremonti hanno varato manovre che non diminuiscono ma accrescono le disuguaglianze in Italia.
A breve termine la priorità termine rimane quella della tutela dei salari più bassi e delle fasce più vulnerabili dell’imprenditoria, specialmente nelle aree più deboli (e a più alto potenziale di crescita) del Paese. È un tema, questo, che si integra perfettamente a quello della coesione nazionale, perché promuovere una più equa distribuzione del lavoro e dello sviluppo vuol dire unificare il Paese. Il primo passo da compiere è eliminare tutti gli strumenti di contribuzione a fondo perduto. La ricetta non può essere questa. Diamo piuttosto a tutto il Paese crediti d’imposta per la ricerca e sul Mezzogiorno concentriamo invece quelli dedicati agli investimenti produttivi. Di passi avanti, nei due anni di governo Prodi, ne sono stati fatti molti. Con l’avvento del governo Berlusconi il processo avviato sembra essersi già bruscamente interrotto i primi provvedimenti varati dal nuovo esecutivo costituiscono un forte arretramento rispetto a quanto era stato fatto in questi anni.
Voglio concludere il mio intervento concentrandomi sui salari bassi e sul tema degli ammortizzatori sociali. Come Partito democratico siamo certi di una cosa: i pochi miliardi che in questa fase sono spendibili dallo Stato vanno indirizzati sui redditi delle fasce sociali più vulnerabili della società. Giusto e urgente detassare i salari e ancorare il tasso dei mutui a quello della Banca centrale europea. Quanto al reddito di inserimento, sono convinto occorra attivarlo in maniera mirata, e che vada integrato a opportuni programmi di formazione che aiutino le persone a trovare un nuovo impiego. Andrei invece più cauto su un provvedimento “omnibus”, generalista. Una tale riforma ricalcherebbe di fatto il fallito esperimento dei Lavori socialmente utili, che troppo spesso si sono trasformati in inutili e costosissimi serbatoi clientelari. Impresa, sviluppo e lavoro produttivo: questa l’unica catena virtuosa che può portare fuori dalle secche l’economia del Mezzogorno e con essa di tutta l’Italia.
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Dalla tempesta economico-finanziaria in atto emerge un importante insegnamento: nelle società complesse, in particolare nei momenti di profonda crisi, i problemi si risolvono mettendo insieme le forze. Un concetto che avremmo dovuto interiorizzare già da molto tempo, in particolare dal lontano 1993, quando l’accordo sulla politica dei redditi riuscì a tirare fuori dalle secche l’Italia, aumentando il potere d’acquisto e ponendo le basi del risanamento economico. In un momento di grave congiuntura, l’Italia riusciva a trovare il massimo del consenso intorno alle riforme necessarie.
Mai come adesso occorre tornare a quello spirito. Come allora anche oggi il Paese non può permettersi aspre contrapposizioni. Il muro contro muro rischia di allungare i tempi e di accendere conflitti sociali deleteri. Tornare alla politica della concertazione vuol dire tornare a percorrere la strada della mediazione e della cooperazione responsabile. Solo se il governo si deciderà ad aprire un confronto di merito con le parti sociali, con gli imprenditori e con tutto il Parlamento, saranno date le condizioni ideali per superare lo tsunami che ha investito il Paese.
Il lavoro da svolgere è molto. Servono politiche redistributive, misure immediate a difesa dei salari e delle pensioni. Occorre un’azione forte a sostegno delle piccole e medie imprese, nuove fiscalità di sviluppo per gli imprenditori che operano nelle aree deboli. Urge un importante piano di opere pubbliche che non punisca il Mezzogiorno spostando al Nord le già scarse risorse a disposizione del Sud. Per fare tutto ciò abbiamo bisogno di concordia, di collaborazione tra le parti. In una parola: abbiamo bisogno di concertazione.
Come è noto, la concertazione non ha nulla a che vedere con gli scambi consociativi. Non sostituisce il ruolo di indirizzo politico del governo, piuttosto valorizza le competenze e le responsabilità di ogni attore in gioco. Presuppone uno spirito operoso e costruttivo delle parti, che trovano insieme una proficua sintesi condivisa. Questa è la sfida di oggi. Questa la strada maestra da percorrere.
Il centrodestra, finora ostaggio dei protagonismi di Silvio Berlusconi, non è riuscito a compiere questo fondamentale cambio di marcia. In una democrazia matura e articolata come la nostra, specialmente in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, non è pensabile che il governo vari riforme in maniera unilaterale. È necessario aprire una stagione politica nuova, di piena e responsabile collaborazione, che unisca il Paese e lo porti fuori dalla bufera.
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Invece di ricorrere alla solita politica degli annunci, il governo presenti immediatamente in Parlamento un piano concreto per sostenere i salari bassi e le piccole e medie imprese. Siamo nel pieno di una crisi che sta incidendo gravemente sul potere d’acquisto e sull’occupazione degli italiani. Non c’e’ piu’ tempo da perdere, servono misure a sostegno della domanda, non annunci roboanti buoni solo per la propaganda e per rimandare i problemi. Ad oggi l’esecutivo Berlusconi non ha prodotto alcunche’ a sostegno delle fasce piu’ deboli.
Il governo si e’ mosso invece in direzione opposta, abolendo le imposte sulle case di lusso e disincentivando le assunzioni con la detassazione sugli straordinari. Dopo aver gravemente mortificato il dialogo, il governo ha ora il dovere di riavviare un confronto con il Parlamento e con le parti sociali. Alcune misure a difesa dei redditi bassi e dei piccoli imprenditori possono essere incorporate gia’ nel decreto salva-banche da oggi in esamealla Camera dei deputati. Tre gli interventi necessari: un vincolo sul credito alla piccole e medie imprese, mutui agganciati a tasso della Banca europea e un netto rafforzamento nei controlli sull’utilizzo delle risorse da parte degli istituti. Quanto ancora dovremo aspettare?
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Quella approvata a Montecitorio e’ una finanziaria iniqua, dissennata e antimeridionalista, che sposta miliardi di euro dalle aree deboli a quelle forti del paese. Le sorti sociali ed economiche del Sud sembrano ormai in balia di una maggioranza imbelle e di un governo che continua a scippare fondi per lo sviluppo. Mentre gli esponenti meridionali di centrodestra, evidentemente colti da sindrome di Stoccolma, se ne stanno placidi a guardare, la destra taglia 13 miliardi dal Fondo aree sottoutilizzate, lascia alla deriva salariati e pensionati, non aiuta in alcun modo i piccoli e medi imprenditori del Mezzogiorno. E questo nel pieno di uno tsunami economico che nel 2009 chiedera’ al Sud il piu’ alto tributo in termini di recessione. In questo quadro, anche i parlamentari di maggioranza che si spacciano per meridionalisti si sperticano in complimenti mentre il governo lancia bordate tremende al Mezzogiorno. Le anime belle si accontentano di vaghe promesse e di rinvii al futuro. Qualche autonomista, evidentemente in imbarazzo, tenta persino di prendersela con il governo Prodi. Gli ricordiamo che il centrosinistra ha portato a quota 64 miliardi il Fas, ha implementato l’automatismo sul credito d’imposta per gli imprenditori, ha sgravato dell’imposta sulla prima casa le famiglie povere. Il governo Berlusconi ha invece del tutto cancellato dall’agenda la questione meridionale. Questa coalizione a trazione leghista crede forse di far cosa gradita al Nord, ma in questo modo condanna lo sviluppo di tutto il territorio nazionale. Perche’ senza il Sud l’Italia non riparte.
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