Archivio per la Categoria “Emigrazione”


Immigrazione, ordine pubblico, disoccupazione. Tre questioni distinte, nei confronti delle quali si sta compiendo, giorno dopo giorno, una pericolosa operazione di sovrapposizione. Basta ascoltare le dichiarazioni di alcuni esponenti di governo o prendersi la briga di leggere alcune proposte di legge della maggioranza, per rendersi conto che è in atto un tentativo di creare un cortocircuito tra tematiche diverse, che vanno affrontate con strumenti legislativi diversi.

In settimana abbiamo ascoltato un intervento che sintetizza in maniera formidabile questo fenomeno. In un’uscita pubblica Roberto Calderoli ha espresso pieno appoggio alle proteste in Inghilterra contro i lavoratori siciliani, proponendo niente meno che una moratoria del trattato di Schengen sulla libera circolazione in Europa. E aggiungendo una frase inquietante: “Quando a rischio ci sono i posti di lavoro per gli italiani – ha detto - i nuovi ingressi fanno prevedere rischi per l’ordine pubblico”. Per la prima volta un ministro della Repubblica suggerisce che esista un nesso causale tra la presenza di cittadini comunitari in cerca di lavoro e i problemi di pubblica sicurezza nelle città italiane.

Nessuno si sogna di affermare che le frontiere vadano aperte in maniera incondizionata. L’immigrazione clandestina è un fenomeno da arginare, a partire da serie e coerenti politiche bilaterali. Da notare che l’impostazione muscolare e aggressiva dell’esecutivo ha portato finora al raddoppio degli sbarchi. Evidentemente incapace di gestire questa partita, il governo si rifugia ancora una volta negli slogan, preferendo far leva sugli istinti e sull’emotività piuttosto che affrontare le cause che determinano il problema.

Quando il ministro dell’Interno Maroni afferma che occorre combattere gli irregolari “con cattiveria”, gioca un ruolo fondamentale in questo schema, e tenta di sovrapporre gli strumenti con i quali si fronteggiano due questioni autonome come l’immigrazione clandestina e l’insicurezza urbana. Finiscono così sullo stesso piano regolari e irregolari, comunitari ed extracomunitari, disperati in cerca di un po’ di pace e semplici lavoratori stranieri. Secondo questa impostazione l’immigrato rappresenta implicitamente una minaccia e l’immigrazione va vista come un male in sé.

Un simile disegno ha il solo effetto di ingenerare confusione. E dalla confusione nasce la paura, che è il seme ideale per fare attecchire odio e disgregazione sociale. È l’anticamera della xenofobia, viatico per le politiche repressive e alibi con cui nascondere ogni inefficienza.

Manca il lavoro? Prendetevela con gli stranieri, non con la catastrofica politica economica dell’esecutivo. Le città sono meno sicure? Colpa dell’immigrato, non dell’immobilismo di Berlusconi e Maroni. Il governo cavalca l’insicurezza intrinseca in ogni crisi e progetta cinicamente valvole di sfogo su cui canalizzare il malcontento generato dalla sua politica inconcludente.

Ma a ben guardare c’è dell’altro. Se oggi passa lo slogan “L’Italia agli italiani”, domani si avrà buon gioco a restringere il campo alle regioni, per poi passare alle province e ai comuni. Il diverso, la minaccia, l’immigrato, allora non sarà più solo colui che è nato in un’altra nazione, ma anche il meridionale, il collega di lavoro, il vicino di casa. È il trionfo della “filosofia” leghista: ognuno pensi all’orto di casa propria e si guardi bene dal prossimo. Con tanti saluti all’unità e alla coesione nazionale.

Gli effetti più devastanti di questo disegno si stanno manifestando a Lampedusa. La splendida isola siciliana è stata di fatto degradata dal governo a colonia penale e può essere considerata tragica metafora di questa perversa logica che assimila i flussi migratori a una minaccia criminale. Un’equazione che porta ben evidente il marchio antimeridionalista della Lega, che vorrebbe nascondere e confinare nell’avamposto siciliano gli effetti più disastrosi e dolorosi della fallimentare politica sull’immigrazione varata da questo governo.

Comments Nessun Commento »

Fuitevenne, diceva Eduardo trent’anni fa, esortando le giovani generazioni meridionali a scappare dalle loro terre per cercare la propria realizzazione altrove. Un anatema nero e disperato, che tuttavia suona ancora oggi drammaticamente attuale. I giovani, specialmente quelli culturalmente più attrezzati, abbandonano in massa il Sud. Questi ragazzi hanno spesso studiato fuori dalla propria regione, negli atenei emiliano-romagnoli, lombardi, laziali. Il bilancio parla da sé: tre studenti fuorisede su quattro alla fine decidono di non tornare a casa. Negli anni accademici ognuno di loro avrà assorbito il 30 per cento delle risorse famigliari. Il flusso di denaro complessivamente spostato ogni anno è stato stimato in 3,5 miliardi di euro. Una somma pagata dal Mezzogiorno a favore delle aree forti del paese.

L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta naturalmente nel fatto che coinvolge laureati, ricercatori, professionisti altamente specializzati. Dopo aver raggiunto l’eccellenza con le risorse della propria famiglia, “la meglio gioventù” meridionale finisce per lavorare e per produrre nelle ricche città del Nord. Come si vede siamo di fronte a una tripla emorragia: sociale, professionale ed economica.

Se ciò accade è perché il Sud non ha ancora sviluppato una rete industriale e imprenditoriale capace di assorbire questa forza lavoro, o di offrire opportunità di carriera competitive rispetto alle realtà settentrionali. È proprio da qui, dai comparti produttivi, che occorre cominciare a sviluppare una riflessione sul lavoro da fare. 

La classe imprenditoriale meridionale ha bisogno della spinta necessaria per far ripartire il motore del Sud. In termini pratici questo non può che tradursi nel ripristino di una fiscalità di sviluppo che agevoli gli investimenti da Napoli in giù. Su questo binario il governo Prodi, dopo lunghe negoziazioni con l’Unione europea, aveva istituito l’automatismo sul credito d’imposta, prontamente smantellato nella finanziaria estiva di Tremonti. Ancora: serve un massiccio piano di investimenti che rinnovi le infrastrutture per la viabilità primaria e secondaria delle regioni meridionali. Anche per questo l’esecutivo passato aveva portato a 64 miliardi il Fondo per le aree sottoutilizzate, ridotto di oltre 12 miliardi da questo governo. Terza nodo da sciogliere, quello della domanda e dei consumi. Che si rilanciano aumentando il potere d’acquisto delle fasce più deboli, e non certo abolendo l’Ici sulle case di lusso, come ha fatto la squadra del Cavaliere.

L’idea il meridione debba “farcela da solo”, senza gravare economicamente sul resto del paese è un concetto tecnicamente sbagliato, frutto di un preconcetto purtroppo ormai molto diffuso. Il retropensiero è semplice e vede il Sud come una fucina di corruzione, autentica palla al piede di un Nord virtuoso e produttivo. Ebbene, a parte il fatto che molta della ricchezza materiale e immateriale del settentrione è stata ed è tuttora pagata con risorse del Mezzogiorno, la notizia vera è che senza puntare sul Sud l’Italia non può più crescere. Perché il mercato del Nord, anche quello del lavoro, è ormai prossimo alla saturazione. 

Sul tavolo abbiamo oggi uno strumento che si chiama federalismo fiscale. Un oggetto che può offrire soluzioni nuove e positive o, invece, rappresentare l’arma con cui affondare definitivamente il meridione, e con esso tutta l’Italia. La delega in bianco lasciata finora alla Lega lascia temere il peggio. Oggi come mai serve dialogo, cooperazione e concertazione tra maggioranza, opposizione e parti sociali. 

Sta al governo decidere se cogliere questa opportunità o andare avanti come uno schiacciasassi. Una cosa è certa: se Berlusconi dovesse decidere ancora una volta di procedere in maniera unilaterale, se non invertirà la rotta sulle misure antimeridionalistiche fin qui varate, si assumerà la responsabilità di un disastro incalcolabile per tutto il Paese.

Comments Nessun Commento »