Archivio per Ottobre 2008

Oggi vogliamo festeggiare il verificarsi di un evento assai raro: un timido sussulto di risveglio nella rappresentanza Mpa in Parlamento. I capigruppo di Camera e Senato, Carmelo Lo Monte e Giovanni Pistorio, hanno inviato una lettera a Silvio Berlusconi per chiedere un vertice di maggioranza sui problemi legati all’utilizzo improprio dei fondi Fas. Nella loro missiva gli autonomisti “prendono atto” che le risorse  destinate per legge a investimenti produttivi delle aree deboli - l’85 per cento delle quali sono nei territori del Mezzogiorno - vengono massicciamente stornate per coprire spese “assolutamente estranee” a tale scopo. Era ora! Anche se con un ritardo abissale anche i colleghi dell’Mpa si sono accorti dei tagli fatti da Tremonti al meridione.

 

Il ministro delle Finanze, nel silenzio degli esponenti del partito di Lombardo, prima si e’ preso 3,2 miliardi già stanziati dal governo Prodi per le infrastrutture in Calabria e Sicilia, poi altri 3 destinati alla crescita del Mezzogiorno. Senza rinnovare, tra l’altro, il credito di imposta per le imprese del Sud. Il dato politico è che la subalternità dimostrata da Lombardo all’asse Lega-Tremonti, avrà un costo altissimo per i cittadini siciliani, che sono stati presi in giro da un governo che sotto il doppiopetto nasconde una bella camicia verde. Ci sono voluti mesi, ma alla fine se ne sono accorti anche dalle parti dell’Mpa. Speriamo che il letargo non li inghiotta di nuovo. E che alle loro manifestazioni di “profondo disappunto” seguano comportamenti coerenti.

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La commedia pirandelliana nel centrodestra siciliano si arricchisce di un altro capitolo e di un nuovo straordinario personaggio: Roberto Calderoli, ministro della Repubblica che, a quanto pare, non conosce i propri sottosegretari. La vicenda è nota, ma un rapido resoconto sui fatti non guasta. Durante la festa dell’autonomia dell’Mpa, sabato a Messina Gianfranco Micciché sbotta: “Questo federalismo non va”. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio (!) dice di non fidarsi di una legge fatta “dagli amici della Lombardia” e “da gente come quelli della Lega”. Tuoni e saette dal Palazzo. “Micciché chi? – ha replicato uno stizzito Calderoli –. Non lo conosco. In Sicilia parlo solo con Lombardo”. Il teatrino si chiude per ora con l’ingresso del presidente della giunta: “Ha ragione Gianfranco, il rischio di una virata nordista c’è”, ha sentenziato Lombardo. Non si parlasse di un argomento così serio, ci sarebbe da accomodarsi e godersi lo show. Purtroppo però, mentre lorsignori continuano a battibeccare, chi paga lo spettacolo sono i siciliani.

Ci chiediamo quanto debba andare avanti questo gioco delle parti. Quanto ancora gli esponenti della maggioranza regionale, e in particolare quelli dell’Mpa, intendano interpretare la parte dei lupi a Palermo per poi tornare ubbidienti agnellini a Roma. Dove erano Lombardo e Micciché mentre il governo toglieva fondi per gli investimenti produttivi del Sud? In cosa si dilettavano nei giorni in cui l’esecutivo preparava la polpetta avvelenata dell’Ici? Che facevano mentre veniva tagliato il credito agli imprenditori? Quella in atto da parte degli esponenti della maggioranza siciliana è una strategia misera. Si tenta invano di salvare la facciain casa dicendo “non siamo responsabili di quello che fa Berlusconi”. Ma in concreto non si fa nulla  per arginare l’antimeridionalismo del governo nazionale. È un gioco puerile di cui i cittadini si sono accorti e che non può più durare a lungo. È bene che Lombardo, Micciché e tutti gli altri personaggi di questo pietoso balletto se ne rendano conto. Ne va del futuro della Sicilia.

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Manifestare civilmente il proprio dissenso è un diritto fondamentale e inviolabile in una democrazia. Per una forza di opposizione certe volte è anche un dovere. Il Partito democratico sta per scendere in piazza. Lo farà perché, sotto la spinta del governo della destra, l’Italia si sta avviando a un preoccupante declino economico, politico e morale. Lo farà in maniera responsabile, insieme al suo popolo, ma anche insieme a tanti altri cittadini che stanno scoprendo sulle loro spalle quanto iniquo sia l’operato di questo esecutivo.

Come responsabile delle politiche per il mezzogiorno rivolgo il mio appello a chi vive nelle aree più disagiate di questo Paese. Di fronte ad una compagine di governo demagogica, spregiudicata e dilettantesca, che ha cancellato la questione meridionale dall’agenda pubblica, lo sdegno e l’indignazione sono legittimi, ma non sufficienti. Il mago di Arcore ha tentato invano di ammaliare l’opinione pubblica cercando di convincerla che in tempi di crisi manifestare non è cosa opportuna. Ci vuole il dialogo, va dicendo. Ma quale dialogo ha offerto fino ad oggi il suo governo?

Tutte le misure adottate sono state varate per decreto legge e con voto di fiducia. In questo modo hanno smantellato le politiche per il Mezzogiorno. Dirottato miliardi di euro dalle aree più povere a quelle più ricche. Smontato i meccanismi che garantivano aiuti alle imprese che operano al meridione. Falcidiato la scuola. Imposto la riforma federalista. Tutto senza il minimo confronto parlamentare. Senza ascoltare le proposte dell’opposizione e ignorando persino quelle della stessa maggioranza che li sostiene. Berlusconi farnetica di dialogo e offende sistematicamente il Parlamento e le istituzioni di questo Paese.

Intanto colpi tremendi vengono sferrati contro il tessuto sociale e produttivo italiano. In piena crisi economico-finanziaria e in piena recessione, non un provvedimento viene varato a favore dei più deboli. Lo spot della social card non convince nessuno. Per far crescere di nuovo la fiducia e la domanda servono sgravi immediati a salari e pensioni. Urge una riforma profonda degli ammortizzatori sociali. Occorre facilitare l’accesso al credito alle piccole e medie imprese. Niente di tutto questo è stato fatto.

Al contrario le ferite peggiori sono state prodotte proprio sui centri nevralgici dello sviluppo italiano. Si riempiono le casse delle amministrazioni amiche con fondi destinati agli investimenti produttivi delle aree sottoutilizzate. Si dirottano miliardi di euro destinati alle strade e alle ferrovie della Calabria e della Sicilia. Si nega agli imprenditori meridionali il credito necessario alla ripartenza. Si taglia sull’università e la ricerca, favorendo il fenomeno dell’emigrazione.

Così non va. L’occasione del 25 ottobre deve essere colta nella sua essenza: una reazione forte a una politica che sta affossando questo Paese. Il popolo del Partito democratico farà sentire la sua voce. Dal basso, come è abituato a fare dal tempo delle primarie. La mobilitazione è oggi come mai necessaria per tornare a dare una speranza all’Italia. Per ricordare al governo di Silvio Berlusconi che lo Stato non è un consiglio di amministrazione, che l’Italia non è un’azienda. Ma un Paese unito, dove non devono esserci distinzioni tra figli e figliastri.

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