Archivio per Aprile 2009

Primo maggio a L’Aquila: un’occasione unica per tornare parlare di unità nel mondo del lavoro. Seppur da posizioni ancora distanti, i sindacati compiono oggi un atto concreto verso il dialogo e la convergenza. Non si fermino qui. Abbiano il coraggio di trasformare questo primo timido passo in un cammino attraverso il sentiero della cooperazione responsabile. In una società complessa come quella italiana i problemi si risolvono mettendo insieme le forze. Un concetto vero specialmente in tempi di crisi, e tanto nella politica quanto nella società civile.

Una lezione che avremmo dovuto interiorizzare già da molto tempo. In particolare dal lontano 1993, quando l’accordo sulla politica dei redditi riuscì a tirare fuori dalle secche l’Italia, aumentando il potere d’acquisto e ponendo le basi del risanamento economico. In un momento di grave congiuntura, l’Italia riusciva a trovare il massimo del consenso intorno alle riforme necessarie.

E oggi? La situazione è al contempo molto simile e molto diversa. A renderla simile, naturalmente, lo scenario di crisi, la drastica recessione e le drammatiche ripercussioni sui livelli occupazionali e sulla qualità della vita delle persone. A renderla diversa, da una parte le specificità di un governo muscolare e unilateralista, dall’altra importanti segnali che ci dicono che questa tempesta economico-finanziaria non è determinata da semplici quantunque drammatici fattori congiunturali, ma da un deficit sistemico. Ebbene, sono proprio queste specificità dell’attuale esecutivo e della crisi in atto a rendere ancora più importante l’azione unitaria nel mondo del lavoro.

Trasformare la crisi in una occasione per rendere l’Italia un paese più giusto vuol dire fare nuove leggi. Provvedimenti che garantiscano una distribuzione della ricchezza più equa tra le fasce sociali, come pure tra le zone forti e le zone deboli del pese. Il governo sembra intenzionato a continuare la sua azione secondo un’impostazione antisociale e antimeridionale. Una linea che, nella maggioranza dei casi, non ammette la minima apertura alle istanze avanzate dalle opposizioni. In questo quadro i sindacati possono dare, oggi come mai, un apporto straordinario in termini di competenza. Il Paese non può permettersi aspre contrapposizioni. Il muro contro muro rischia di allungare i tempi su ogni riforma o di innescare conflitti sociali deleteri.

Tornare alla politica della concertazione vuol dire ricominciare a percorrere la strada della mediazione e della cooperazione responsabile. In attesa che il governo si renda conto di questo e si decida ad aprire un confronto di merito con tutto il Parlamento, il sindacato deve accettare la sfida dell’unità, non rinunciando ad alzare la voce quando è necessario, ma, allo stesso tempo, evitando di offrire straordinari alibi all’esecutivo per propugnare politiche muscolari e divisive.

Ripartire uniti dall’Aquila non vuol dire solo dare un importante contributo di solidarietà davanti a un immane dramma. Vuol dire anche, e soprattutto, far passare un messaggio di responsabilità e coerenza. Se le forze del lavoro riescono a superare le divisioni di fronte alla crisi abruzzese, significa che sono in grado di farlo anche sul piano nazionale. Significa che, al di là delle divergenze contingenti, trovare un orizzonte comune è possibile. E sicuramente auspicabile.

Comments Nessun Commento »

Irap, Irpef e Tarsu alle stelle. Imprenditori e lavoratori tartassati. E, nei comuni, la peggiore qualità della vita che si registri in Italia. Qualcuno già comincia a chiamarla fiscalità di svantaggio: peggio stai, peggio ti tratto. A un anno dall’insediamento del governo di Silvio Berlusconi e della giunta regionale di Raffaele Lombardo, la Regione Siciliana gode davvero di un pessimo primato. Mentre in convegni e seminari si continua a parlare dell’importanza in chiave nazionale di una politica economica compensativa, mirata al rilancio economico e sociale del Sud, il governo nazionale si comporta in senso diametralmente opposto. Crisi o non crisi, poco cambia: l’esecutivo continua imperterrito a sferrare colpi di accetta, pensando di poter far uscire dalle secche la nazione non già puntando sul Sud, ma, al contrario, privandolo di ogni risorsa.

Ha scritto bene Emilio Giardina: le misure fiscali di sviluppo devono riguardare gli investimenti produttivi e non le spese correnti degli imprenditori. Paletti del resto ben chiariti dall’Unione europea, pronta a bocciare per concorrenza sleale qualsiasi incentivo che si discosti da tali limiti. Ma quello che deve essere chiaro è che fino all’insediamento di questa squadra di governo uno strumento di transizione verso una piena fiscalità di sviluppo, in Italia, esisteva già. E si chiamava credito d’imposta. Ideato e realizzato dal governo Prodi dopo lunghi negoziati con Bruxelles, il credito d’imposta è stato smantellato senza esitazioni nel primo atto ufficiale del ministro Tremonti. Un colpo tremendo per il tessuto produttivo della Sicilia, inferto nel silenzio acquiescente del primo inquilino di Palazzo dei Normanni.

Lombardo ha permesso che venisse neutralizzato l’unico strumento collaudato di cui il Paese disponesse, promettendo una tempestiva legge regionale. Questo accadeva un anno fa: da allora, come è noto, nulla è stato fatto anche a causa di interminabili guerre interne tra gli esponenti di spicco della maggioranza. Non c’è disegno di legge che in Ars non alzi un vespaio di polemiche. Un conflitto che di fatto paralizza ogni minima possibilità di riforma, di rilancio, di pianificazione delle risorse. Così, tra l’antimeridionalismo attivo dell’esecutivo nazionale e l’imbarazzante immobilismo della giunta siciliana, le famiglie, i lavoratori e gli imprenditori siciliani vivono ogni giorno la condizione assurda di pagare le tariffe e le tasse più alte per ricevere i peggiori servizi e vivere in una delle regioni economicamente più depresse del Paese.

Una situazione paradossale, che mette in evidenza una doppia inadeguatezza dell’esecutivo regionale. Una territoriale di merito, dal momento che la giunta non riesce a fare un singolo passo avanti nelle riforme necessarie. L’altra nazionale e di metodo, visto che Lombardo – che a quanto ci risulta è anche leader di un partito di maggioranza – fino ad oggi si è dimostrato incapace di arginare la deriva antisociale di Tremonti. È davvero possibile andare avanti così? Oggi più che mai l’isola ha bisogno di una giunta solida e autorevole, che garantisca un’azione efficace sul territorio e che sia in grado di affrontare senza complessi di inferiorità gli uomini e le politiche antimeridionali del governo nazionale.

Comments Nessun Commento »

La dignità e il valore di un popolo si misurano soprattutto nei momenti di dolore. Oggi l’Italia si stringe intorno vittime d’Abruzzo. Non c’è spazio per altro. Le analisi e i bilanci inizieranno da domani. Se qualcuno ha sbagliato, dovrà pagare.  Si indagheranno i nessi, si chiariranno le responsabilità. Si parlerà finalmente di ricostruzione, tenendo sempre al centro solo il bene delle persone che oggi non hanno più nulla. Ma ora il raccoglimento deve prevalere. A due giorni da Pasqua è necessario ricordare che dal più terribile dolore può nascere la speranza. In questo straziante venerdì santo è solo con la discrezione che ci è dato esprimere il più grande cordoglio e la più grande solidarietà a tutti coloro che soffrono.

Comments Nessun Commento »

Nel Mezzogiorno, e in particolare in Sicilia, si cominciano a manifestare i primi segni di un cedimento del sistema dei trasporti che non ha precedenti nella storia del nostro Paese. Una conseguenza della scellerata politica economica del governo, che finanzia tutto – persino le quote latte degli allevatori settentrionali che non rispettano le regole – con i soldi destinati agli investimenti nelle aree deboli del Sud.

Così Ferrovie dello Stato ha deciso di ridurre il servizio e di tagliare sull’Isola 600 posti di lavoro. Intanto Cai, assoluta monopolista sulle tratte nazionali, riduce all’osso i voli verso Roma e Milano, abbassando la qualità del servizio e mantenendo alte le tariffe. L’Alitalia trova così nel Mezzogiorno una miniera capace di assicurare la più classica tra le rendite di posizione.

Bene fanno i ferrovieri siciliani a incrociare braccia di fronte alle sforbiciate di Trenitalia, che pure si è vista tagliare 700 milioni di euro dalla Finanziaria di Tremonti. Bene fanno le famiglie e i professionisti siciliani a protestare e amobilitarsi per la situazione davvero intollerabile del trasporto aereo. Finalmente anche Lombardo sembra cominciare a rendersi conto dello scandaloso stato di cose. Era ora. Certo, per farlo ha dovuto subire personalmente le conseguenze di un sistema al limite del collasso. Vorrà dire che per una volta ringrazieremo una compagnia aerea per il disservizio offerto.

L’esecutivo crede forse di aver blandito i meridionali con lo spot del ponte sullo Stretto. Per nascondere la propria azione antimeridionalista ha pensato bene di nascondersi dietro questo vessillo che non incide in alcun modo sulla crisi, dal momento che nessuno sa se e quando vedrà aprire i cantieri.

Nei fatti neanche un euro è stato stanziato per le ferrovie del Sud, che al contrario sono state falcidiate già dalla manovra estiva.  Neanche un nuovo progetto immediatamente cantierabile è stato presentato al Cipe dello scorso 6 marzo. Al contrario sono state cancellate dalle tabelle le più importanti infrastrutture di raccordo del Mezzogiorno. Neanche un centesimo è stato messo per lo sviluppo del  meridione dall’esecutivo, che invece prosciuga i fondi europei e blocca il Fas destinati alle regioni del Sud.

La delibera dell’ultimo Cipe, osannata da tutti i ministri e presentata come rivoluzionaria, in realtà non prevede nuovi stanziamenti, ma si limita a riprogrammare fondi europei ottenuti dal governo di Romano Prodi. In questo modo, attraverso un complicato gioco di scatole cinesi, l’esecutivo Berlusconi riesce a eludere il vincolo che impone di destinare l’85 per cento di queste risorse per il Mezzogiorno. Usa i soldi delle aree deboli per soccorrere quelle più forti.

Mentre il presidente del consiglio celebra a bordo del Frecciarossa le incredibili prestazioni dell’alta velocità, il Sud rimane a piedi. Un’asimmetria inaccettabile, che alla fine ha portato anche importanti esponenti della maggioranza come Giuseppe Castiglione a protestare per l’inservibile stato della rete siciliana, a cominciare dalla linea Catania-Palermo: 241 chilometri in 5 ore. Se tutto va bene.

Quanto ancora dovrà continuare questo doppiopesismo? A Tremonti, Matteoli e a tutti gli altri ministri che cercano di vendere l’invendibile e di far passare per oro colato lo scempio compiuto ai danni del meridione, consiglieremmo di stare attenti. Non è con le menzogne che riusciranno a nascondere le proprie responsabilità di fronte ai cittadini e al loro crescente malcontento.

Comments Nessun Commento »

Nei prossimi diciotto mesi più di mezzo milione di italiani perderanno il posto di lavoro. Negli ultimi tre mesi del 2008 l’occupazione si è ridotta di 126mila unità. Nello stesso periodo, l’industria meridionale ha perso 70 mila addetti, l’edilizia altri 30 mila. Non è disfattismo, né il ragionamento di qualche sciagurato che crede nel tanto peggio tanto meglio. Sono dati oggettivi, forniti dai più importanti osservatori nazionali, dall’Istat alla Svimez, dalla Confindustria al Cnel. Indicatori che gettano una luce impietosa sull’insufficienza delle misure anti-crisi messe in campo dal governo di Silvio Berlusconi.

La recessione fa chiudere le aziende, divora l’occupazione e rende sempre più esiguo il potere d’acquisto delle famiglie. Uno scenario che porta alla memoria le peggiori fasi congiunturali del nostro Paese. Ma che in realtà ha specificità tutte sue che la rendono molto peggiore per una ragione. La bufera che sta investendo l’Italia, innescata da cause esterne, ha fatto esplodere le contraddizioni e le enormi divergenze di reddito, ricchezza e produttività esistenti all’interno nel nostro Paese. Per questo, diversamente dagli scenari congiunturali classici, questa recessione sta colpendo e colpirà nei prossimi mesi soprattutto le aree deboli del Sud.

Siamo, insomma, di fronte a una crisi sistemica, che può essere affrontata solo con energiche riforme tese a riequilibrare la ricchezza tra fasce sociali e territori. Cosa sta facendo il Governo per riequilibrare i livelli di ricchezza nel nostro Paese? Meno di nulla. La squadra del Cavaliere continua a sottovalutare gli effetti e soprattutto le cause della crisi. Prepara la sua cura a base di pannicelli caldi fatta di esigui bonus famiglia (che premiano i single), scarsi ammortizzatori sociali (pagati dalle regioni deboli) e social card mai caricate (una panacea, sì, ma solo per i produttori di carte di credito).

Soprattutto, l’esecutivo non prevede alcuna azione specifica per il Sud. Al contrario, finanzia le misure nazionali più disparate con le risorse destinate allo sviluppo delle aree in ritardo, aumentando così il divario tra settentrione e meridione. Per avere la misura di questa tara antimeridionalista, basti pensare che ora il governo ha intenzione dirottare 140 milioni del Fas per rimborsare le sanzioni imposte agli allevatori furbi del nord che – a scapito degli allevatori onesti – hanno sforato le quote latte imposte dall’Unione europea. Nel complesso, quella adottata dall’esecutivo è ricetta disastrosa che non migliorerà, ma anzi peggiorerà le condizioni che hanno portato alla situazione attuale.

Se vogliamo davvero affrontare i nodi della crisi occorre muoversi su un doppio binario. Da una parte servono energiche e profonde riforme strutturali tese al riequilibrio delle risorse e delle opportunità tra ceti sociali e territori. In questo senso è fondamentale porre al centro della politica di sviluppo nazionale la questione meridionale, provvedendo a istituire strumenti specifici per il rilancio e la crescita del Mezzogiorno. Contemporaneamente servono interventi immediati , che tutelino gli ex lavoratori e la capacità d’acquisto dei cittadini più poveri.

Il Partito democratico ha già esposto le sue proposte. Progetti di immediata applicabilità, come il riconoscimento di un’indennità pari al 60 per cento dell’ultimo compenso a chiunque perda il lavoro, o il fondo straordinario di solidarietà per aiutare quelle famiglie che vivono in condizioni di estrema indigenza. Accanto a queste due misure d’urgenza i democratici invocano il ritorno a reali politiche meridionaliste e redistributive, come il ripristino di fiscalità di sviluppo per gli imprenditori meridionali e un utilizzo rigoroso dei fondi europeo destinati alle agli investimenti produttivi del Sud, prosciugati nell’ultimo anno di oltre 20 miliardi di euro.

Cosa dobbiamo aspettarci da questo governo? Purtroppo gli orizzonti peggiorano di giorno in giorno. Ne è la prova il cosiddetto decreto incentivi, partito come salva-auto e trasformatosi modifica dopo modifica nell’ennesima “manovrina” pagata dalle zone deboli. Rinunciando a recepire le proposte del Pd sugli ammortizzatori sociali, bocciando le riforme necessarie a tutela delle fasce e delle aree sottosviluppate, l’esecutivo dimostra ancora una volta di sottovalutare gli effetti della crisi e di avere una visione politica complessiva miope, pasticciata e gravemente antisociale.

Comments Nessun Commento »