Fuitevenne, diceva Eduardo trent’anni fa, esortando le giovani generazioni meridionali a scappare dalle loro terre per cercare la propria realizzazione altrove. Un anatema nero e disperato, che tuttavia suona ancora oggi drammaticamente attuale. I giovani, specialmente quelli culturalmente più attrezzati, abbandonano in massa il Sud. Questi ragazzi hanno spesso studiato fuori dalla propria regione, negli atenei emiliano-romagnoli, lombardi, laziali. Il bilancio parla da sé: tre studenti fuorisede su quattro alla fine decidono di non tornare a casa. Negli anni accademici ognuno di loro avrà assorbito il 30 per cento delle risorse famigliari. Il flusso di denaro complessivamente spostato ogni anno è stato stimato in 3,5 miliardi di euro. Una somma pagata dal Mezzogiorno a favore delle aree forti del paese.

L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta naturalmente nel fatto che coinvolge laureati, ricercatori, professionisti altamente specializzati. Dopo aver raggiunto l’eccellenza con le risorse della propria famiglia, “la meglio gioventù” meridionale finisce per lavorare e per produrre nelle ricche città del Nord. Come si vede siamo di fronte a una tripla emorragia: sociale, professionale ed economica.

Se ciò accade è perché il Sud non ha ancora sviluppato una rete industriale e imprenditoriale capace di assorbire questa forza lavoro, o di offrire opportunità di carriera competitive rispetto alle realtà settentrionali. È proprio da qui, dai comparti produttivi, che occorre cominciare a sviluppare una riflessione sul lavoro da fare. 

La classe imprenditoriale meridionale ha bisogno della spinta necessaria per far ripartire il motore del Sud. In termini pratici questo non può che tradursi nel ripristino di una fiscalità di sviluppo che agevoli gli investimenti da Napoli in giù. Su questo binario il governo Prodi, dopo lunghe negoziazioni con l’Unione europea, aveva istituito l’automatismo sul credito d’imposta, prontamente smantellato nella finanziaria estiva di Tremonti. Ancora: serve un massiccio piano di investimenti che rinnovi le infrastrutture per la viabilità primaria e secondaria delle regioni meridionali. Anche per questo l’esecutivo passato aveva portato a 64 miliardi il Fondo per le aree sottoutilizzate, ridotto di oltre 12 miliardi da questo governo. Terza nodo da sciogliere, quello della domanda e dei consumi. Che si rilanciano aumentando il potere d’acquisto delle fasce più deboli, e non certo abolendo l’Ici sulle case di lusso, come ha fatto la squadra del Cavaliere.

L’idea il meridione debba “farcela da solo”, senza gravare economicamente sul resto del paese è un concetto tecnicamente sbagliato, frutto di un preconcetto purtroppo ormai molto diffuso. Il retropensiero è semplice e vede il Sud come una fucina di corruzione, autentica palla al piede di un Nord virtuoso e produttivo. Ebbene, a parte il fatto che molta della ricchezza materiale e immateriale del settentrione è stata ed è tuttora pagata con risorse del Mezzogiorno, la notizia vera è che senza puntare sul Sud l’Italia non può più crescere. Perché il mercato del Nord, anche quello del lavoro, è ormai prossimo alla saturazione. 

Sul tavolo abbiamo oggi uno strumento che si chiama federalismo fiscale. Un oggetto che può offrire soluzioni nuove e positive o, invece, rappresentare l’arma con cui affondare definitivamente il meridione, e con esso tutta l’Italia. La delega in bianco lasciata finora alla Lega lascia temere il peggio. Oggi come mai serve dialogo, cooperazione e concertazione tra maggioranza, opposizione e parti sociali. 

Sta al governo decidere se cogliere questa opportunità o andare avanti come uno schiacciasassi. Una cosa è certa: se Berlusconi dovesse decidere ancora una volta di procedere in maniera unilaterale, se non invertirà la rotta sulle misure antimeridionalistiche fin qui varate, si assumerà la responsabilità di un disastro incalcolabile per tutto il Paese.

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