La crisi dei mercati finanziari mondiali e le conseguenti ripercussioni sulle economie reali dei Paesi impongono una riflessione sulle riforme necessarie a rendere più stabile, equo e responsabile il sistema capitalistico italiano e internazionale. Ci vogliono nuove regole. Le criticità del sistema attuale sono oggi sotto gli occhi di tutti e sono riconducibili principalmente a un fattore: la cattiva distribuzione di ricchezza all’interno delle società. Negli ultimi venti anni abbiamo assistito su scala mondiale e nazionale ad una costante e spaventosa divergenza tra redditi bassi e redditi alti. Proprio su questo nodo, che è anche un nodo politico, il Partito democratico è chiamato ad avviare al suo interno un dibattito profondo e proficuo. La sfida che dobbiamo e vogliamo accogliere è come determinare in Italia, in Europa e nel mondo una migliore e più equa distribuzione delle risorse. La questione ultima è ambiziosa: esiste una possibilità per l’Europa di diventare riferimento mondiale quanto a politiche di redistribuzione? È pensabile uno spostamento del baricentro globale sul vecchio continente sul piano economico-sociale? Da parte mia sono convinto di sì. 

Credo che al Partito democratico sia data oggi la grande occasione di diventare protagonista di questo dibattito in Europa. Una discussione che tra l’altro permette al partito di cementare al proprio interno identità eterogenee. C’è ancora molto lavoro da fare per individuare il rapporto ideale tra Stato, mercato e società civile. Tuttavia alcuni punti sono già saldi. Il Partito democratico fa propri i principi di un sistema economico-finanziario etico, responsabile e trasparente. Crede nella necessità di dotare gli organismi di controllo di maggiori e più penetranti poteri decisionali. L’obiettivo deve essere quello di una nuova e aggiornata Bretton Woods, che si confronti attivamente con rappresentanze internazionali dei lavoratori e dei risparmiatori. L’istituzione di questo nuovo soggetto impone una sfida alta, quella di istituire le giuste regole che rilancino le questioni dell’etica e della responsabilità sociale dell’impresa. 

L’Italia, da anni drammaticamente a corto di risorse, con il governo Berlusconi è entrata in questa crisi nel peggiore dei modi. Basta entrare un minimo nel merito dei provvedimenti finora adottati per capire quanto le misure dell’esecutivo abbiano peggiorato le condizioni di vita delle fasce sociali e degli imprenditori più deboli. È il caso dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa, provvedimento già adottato dal governo di Romano Prodi ed applicato nella scorsa legislatura sul 40 per cento delle abitazioni dei cittadini di ceto medio-basso. L’estensione decisa da Berlusconi per le case di lusso ha avuto come effetto quello di spostare tre miliardi di euro dalle aree deboli del Sud a quelle più forti del centro-nord.  

Il ministro che fregia i suoi atti con il nome di Robin Hood ha sottratto ai poveri per dare ai ricchi anche con lo smantellamento dell’automatismo sul credito d’imposta per gli imprenditori meridionali. Il governo, che promette di non aumentare le tasse, che giura di voler rilanciare la domanda e i consumi, per decreto ha sterilizzato l’unico sistema disponibile che garantiva una fiscalità di vantaggio a chi intendesse investire nel Mezzogiorno. Nel pieno della crisi, dunque, Berlusconi e Tremonti hanno varato manovre che non diminuiscono ma accrescono le disuguaglianze in Italia. 

A breve termine la priorità termine rimane quella della tutela dei salari più bassi e delle fasce più vulnerabili dell’imprenditoria, specialmente nelle aree più deboli (e a più alto potenziale di crescita) del Paese. È un tema, questo, che si integra perfettamente a quello della coesione nazionale, perché promuovere una più equa distribuzione del lavoro e dello sviluppo  vuol dire unificare il Paese. Il primo passo da compiere è eliminare tutti gli strumenti di contribuzione a fondo perduto. La ricetta non può essere questa. Diamo piuttosto a tutto il Paese crediti d’imposta per la ricerca e sul Mezzogiorno concentriamo invece quelli dedicati agli investimenti produttivi. Di passi avanti, nei due anni di governo Prodi, ne sono stati fatti molti. Con l’avvento del governo Berlusconi il processo avviato sembra essersi già bruscamente interrotto i primi provvedimenti varati dal nuovo esecutivo costituiscono un forte arretramento rispetto a quanto era stato fatto in questi anni. 

Voglio concludere il mio intervento concentrandomi sui salari bassi e sul tema degli ammortizzatori sociali. Come Partito democratico siamo certi di una cosa: i pochi miliardi che in questa fase sono spendibili dallo Stato vanno indirizzati sui redditi delle fasce sociali più vulnerabili della società. Giusto e urgente detassare i salari e ancorare il tasso dei mutui a quello della Banca centrale europea. Quanto al reddito di inserimento, sono convinto occorra attivarlo in maniera mirata, e che vada integrato a opportuni programmi di formazione che aiutino le persone a trovare un nuovo impiego. Andrei invece più cauto su un provvedimento “omnibus”, generalista. Una tale riforma ricalcherebbe di fatto il fallito esperimento dei Lavori socialmente utili, che troppo spesso si sono trasformati in inutili e costosissimi serbatoi clientelari. Impresa, sviluppo e lavoro produttivo: questa l’unica catena virtuosa che può portare fuori dalle secche l’economia del Mezzogorno e con essa di tutta l’Italia.

Scrivi un Commento

Bisogna loggarsi per scrivere un commento. Login »