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Nei prossimi diciotto mesi più di mezzo milione di italiani perderanno il posto di lavoro. Negli ultimi tre mesi del 2008 l’occupazione si è ridotta di 126mila unità. Nello stesso periodo, l’industria meridionale ha perso 70 mila addetti, l’edilizia altri 30 mila. Non è disfattismo, né il ragionamento di qualche sciagurato che crede nel tanto peggio tanto meglio. Sono dati oggettivi, forniti dai più importanti osservatori nazionali, dall’Istat alla Svimez, dalla Confindustria al Cnel. Indicatori che gettano una luce impietosa sull’insufficienza delle misure anti-crisi messe in campo dal governo di Silvio Berlusconi.

La recessione fa chiudere le aziende, divora l’occupazione e rende sempre più esiguo il potere d’acquisto delle famiglie. Uno scenario che porta alla memoria le peggiori fasi congiunturali del nostro Paese. Ma che in realtà ha specificità tutte sue che la rendono molto peggiore per una ragione. La bufera che sta investendo l’Italia, innescata da cause esterne, ha fatto esplodere le contraddizioni e le enormi divergenze di reddito, ricchezza e produttività esistenti all’interno nel nostro Paese. Per questo, diversamente dagli scenari congiunturali classici, questa recessione sta colpendo e colpirà nei prossimi mesi soprattutto le aree deboli del Sud.

Siamo, insomma, di fronte a una crisi sistemica, che può essere affrontata solo con energiche riforme tese a riequilibrare la ricchezza tra fasce sociali e territori. Cosa sta facendo il Governo per riequilibrare i livelli di ricchezza nel nostro Paese? Meno di nulla. La squadra del Cavaliere continua a sottovalutare gli effetti e soprattutto le cause della crisi. Prepara la sua cura a base di pannicelli caldi fatta di esigui bonus famiglia (che premiano i single), scarsi ammortizzatori sociali (pagati dalle regioni deboli) e social card mai caricate (una panacea, sì, ma solo per i produttori di carte di credito).

Soprattutto, l’esecutivo non prevede alcuna azione specifica per il Sud. Al contrario, finanzia le misure nazionali più disparate con le risorse destinate allo sviluppo delle aree in ritardo, aumentando così il divario tra settentrione e meridione. Per avere la misura di questa tara antimeridionalista, basti pensare che ora il governo ha intenzione dirottare 140 milioni del Fas per rimborsare le sanzioni imposte agli allevatori furbi del nord che – a scapito degli allevatori onesti – hanno sforato le quote latte imposte dall’Unione europea. Nel complesso, quella adottata dall’esecutivo è ricetta disastrosa che non migliorerà, ma anzi peggiorerà le condizioni che hanno portato alla situazione attuale.

Se vogliamo davvero affrontare i nodi della crisi occorre muoversi su un doppio binario. Da una parte servono energiche e profonde riforme strutturali tese al riequilibrio delle risorse e delle opportunità tra ceti sociali e territori. In questo senso è fondamentale porre al centro della politica di sviluppo nazionale la questione meridionale, provvedendo a istituire strumenti specifici per il rilancio e la crescita del Mezzogiorno. Contemporaneamente servono interventi immediati , che tutelino gli ex lavoratori e la capacità d’acquisto dei cittadini più poveri.

Il Partito democratico ha già esposto le sue proposte. Progetti di immediata applicabilità, come il riconoscimento di un’indennità pari al 60 per cento dell’ultimo compenso a chiunque perda il lavoro, o il fondo straordinario di solidarietà per aiutare quelle famiglie che vivono in condizioni di estrema indigenza. Accanto a queste due misure d’urgenza i democratici invocano il ritorno a reali politiche meridionaliste e redistributive, come il ripristino di fiscalità di sviluppo per gli imprenditori meridionali e un utilizzo rigoroso dei fondi europeo destinati alle agli investimenti produttivi del Sud, prosciugati nell’ultimo anno di oltre 20 miliardi di euro.

Cosa dobbiamo aspettarci da questo governo? Purtroppo gli orizzonti peggiorano di giorno in giorno. Ne è la prova il cosiddetto decreto incentivi, partito come salva-auto e trasformatosi modifica dopo modifica nell’ennesima “manovrina” pagata dalle zone deboli. Rinunciando a recepire le proposte del Pd sugli ammortizzatori sociali, bocciando le riforme necessarie a tutela delle fasce e delle aree sottosviluppate, l’esecutivo dimostra ancora una volta di sottovalutare gli effetti della crisi e di avere una visione politica complessiva miope, pasticciata e gravemente antisociale.

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Nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica è tornato a parlare di questione meridionale. Il Capo dello Stato ha denunciando “nuove sordità verso le esigenze del Mezzogiorno”, ribadendo che l’unità nazionale “va rafforzata” anche attraverso il “dovere inderogabile” del Nord di essere solidale con il Sud. Un appello importante, lanciato proprio in coincidenza con l’approvazione alla Camera del decreto che il governo si ostina a chiamare anticrisi. Provvedimento che ignora completamente le aree deboli del Sud, dove sono le famiglie più numerose, i lavoratori meno tutelati e gli imprenditori maggiormente a rischio.

Dimostrando un’arroganza senza limiti, l’esecutivo ha posto per la trentaduesima volta dal suo insediamento la questione di fiducia, facendo cadere tutti gli emendamenti (le opposizioni ne avevano presentati appena una trentina per evitare di dare alibi all’esecutivo) e mettendo nuovamente il bavaglio al Parlamento.  Ne risulta un testo del tutto sbilanciato che, se approvato senza modifiche anche al Senato, potrebbe portare il Mezzogiorno verso un 2009 disastroso.

Il tanto pubblicizzato assegno familiare, per cominciare, è completamente fuori bersaglio. Non solo è un bonus “una tantum”, ma beffa proprio i nuclei più numerosi, premiando i single e le coppie senza figli. Quanto alla social card, il flop è decretato dai numeri: su scala nazionale del milione e 300mila aventi diritto, solo 350mila l’hanno ottenuta. Intanto si moltiplicano i casi di persone che, davanti a una cassa, si sentono dire che la carta è scarica, e pertanto devono posare la merce che intendevano acquistare. Una mortificazione inaccettabile, davanti alla quale tutti gli ideatori di questa tessera dovrebbero vergognarsi. Non era meglio dare semplicemente il denaro a chi ne ha diritto?

La situazione è poi disastrosa sul fronte delle piccole e medie imprese. Nulla è stato fatto per ripristinare l’automatismo sul credito d’imposta. Gli imprenditori meridionali rimangono così senza strumenti di fiscalità di sviluppo, in totale balia della stretta creditizia. In compenso, chi vive o lavora nel Mezzogiorno si vedrà recapitare bollette più care grazie alla geniale idea di spaccare in tre l’Italia sulle tariffe energetiche. Morale: il potere d’acquisto delle famiglie meridionali diminuirà, gli investimenti a sud di Roma saranno disincentivati, la precarietà tenderà a salire. Così come la disoccupazione.

Sul delicato tema degli ammortizzatori sociali, senza neppure essersi confrontato con i sindacati, il governo ha prodotto formule confuse e si è mosso senza la copertura di nuove risorsa (si intende veramente depredare i Fondi sociali europei e compiere così l’ennesimo scippo ai danni del Mezzogiorno?). Una ricetta che rischia di creare solo grandi illusioni. In definitiva, dopo aver tagliato al Sud 16,6 miliardi di euro, il governo Berlusconi non ha destinato neppure un centesimo alle riforme necessarie per il suo rilancio. Tremonti pensa forse di far cosa gradita al Carroccio. Non capisce che questa impostazione antimeridionalista condanna alla catastrofe l’Italia intera, nord incluso.

Come sottolineato nel messaggio di capodanno dal Capo dello Stato, il paese può e deve uscire migliore da questa crisi. Ma questo sarà possibile solo se il governo si deciderà a cambiare radicalmente linea, invertendo la sua impostazione unilateralista e comprendendo una volta per tutte che senza puntare sul Sud l’Italia non può ripartire.

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La crisi dei mercati finanziari mondiali e le conseguenti ripercussioni sulle economie reali dei Paesi impongono una riflessione sulle riforme necessarie a rendere più stabile, equo e responsabile il sistema capitalistico italiano e internazionale. Ci vogliono nuove regole. Le criticità del sistema attuale sono oggi sotto gli occhi di tutti e sono riconducibili principalmente a un fattore: la cattiva distribuzione di ricchezza all’interno delle società. Negli ultimi venti anni abbiamo assistito su scala mondiale e nazionale ad una costante e spaventosa divergenza tra redditi bassi e redditi alti. Proprio su questo nodo, che è anche un nodo politico, il Partito democratico è chiamato ad avviare al suo interno un dibattito profondo e proficuo. La sfida che dobbiamo e vogliamo accogliere è come determinare in Italia, in Europa e nel mondo una migliore e più equa distribuzione delle risorse. La questione ultima è ambiziosa: esiste una possibilità per l’Europa di diventare riferimento mondiale quanto a politiche di redistribuzione? È pensabile uno spostamento del baricentro globale sul vecchio continente sul piano economico-sociale? Da parte mia sono convinto di sì. 

Credo che al Partito democratico sia data oggi la grande occasione di diventare protagonista di questo dibattito in Europa. Una discussione che tra l’altro permette al partito di cementare al proprio interno identità eterogenee. C’è ancora molto lavoro da fare per individuare il rapporto ideale tra Stato, mercato e società civile. Tuttavia alcuni punti sono già saldi. Il Partito democratico fa propri i principi di un sistema economico-finanziario etico, responsabile e trasparente. Crede nella necessità di dotare gli organismi di controllo di maggiori e più penetranti poteri decisionali. L’obiettivo deve essere quello di una nuova e aggiornata Bretton Woods, che si confronti attivamente con rappresentanze internazionali dei lavoratori e dei risparmiatori. L’istituzione di questo nuovo soggetto impone una sfida alta, quella di istituire le giuste regole che rilancino le questioni dell’etica e della responsabilità sociale dell’impresa. 

L’Italia, da anni drammaticamente a corto di risorse, con il governo Berlusconi è entrata in questa crisi nel peggiore dei modi. Basta entrare un minimo nel merito dei provvedimenti finora adottati per capire quanto le misure dell’esecutivo abbiano peggiorato le condizioni di vita delle fasce sociali e degli imprenditori più deboli. È il caso dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa, provvedimento già adottato dal governo di Romano Prodi ed applicato nella scorsa legislatura sul 40 per cento delle abitazioni dei cittadini di ceto medio-basso. L’estensione decisa da Berlusconi per le case di lusso ha avuto come effetto quello di spostare tre miliardi di euro dalle aree deboli del Sud a quelle più forti del centro-nord.  

Il ministro che fregia i suoi atti con il nome di Robin Hood ha sottratto ai poveri per dare ai ricchi anche con lo smantellamento dell’automatismo sul credito d’imposta per gli imprenditori meridionali. Il governo, che promette di non aumentare le tasse, che giura di voler rilanciare la domanda e i consumi, per decreto ha sterilizzato l’unico sistema disponibile che garantiva una fiscalità di vantaggio a chi intendesse investire nel Mezzogiorno. Nel pieno della crisi, dunque, Berlusconi e Tremonti hanno varato manovre che non diminuiscono ma accrescono le disuguaglianze in Italia. 

A breve termine la priorità termine rimane quella della tutela dei salari più bassi e delle fasce più vulnerabili dell’imprenditoria, specialmente nelle aree più deboli (e a più alto potenziale di crescita) del Paese. È un tema, questo, che si integra perfettamente a quello della coesione nazionale, perché promuovere una più equa distribuzione del lavoro e dello sviluppo  vuol dire unificare il Paese. Il primo passo da compiere è eliminare tutti gli strumenti di contribuzione a fondo perduto. La ricetta non può essere questa. Diamo piuttosto a tutto il Paese crediti d’imposta per la ricerca e sul Mezzogiorno concentriamo invece quelli dedicati agli investimenti produttivi. Di passi avanti, nei due anni di governo Prodi, ne sono stati fatti molti. Con l’avvento del governo Berlusconi il processo avviato sembra essersi già bruscamente interrotto i primi provvedimenti varati dal nuovo esecutivo costituiscono un forte arretramento rispetto a quanto era stato fatto in questi anni. 

Voglio concludere il mio intervento concentrandomi sui salari bassi e sul tema degli ammortizzatori sociali. Come Partito democratico siamo certi di una cosa: i pochi miliardi che in questa fase sono spendibili dallo Stato vanno indirizzati sui redditi delle fasce sociali più vulnerabili della società. Giusto e urgente detassare i salari e ancorare il tasso dei mutui a quello della Banca centrale europea. Quanto al reddito di inserimento, sono convinto occorra attivarlo in maniera mirata, e che vada integrato a opportuni programmi di formazione che aiutino le persone a trovare un nuovo impiego. Andrei invece più cauto su un provvedimento “omnibus”, generalista. Una tale riforma ricalcherebbe di fatto il fallito esperimento dei Lavori socialmente utili, che troppo spesso si sono trasformati in inutili e costosissimi serbatoi clientelari. Impresa, sviluppo e lavoro produttivo: questa l’unica catena virtuosa che può portare fuori dalle secche l’economia del Mezzogorno e con essa di tutta l’Italia.

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Fuitevenne, diceva Eduardo trent’anni fa, esortando le giovani generazioni meridionali a scappare dalle loro terre per cercare la propria realizzazione altrove. Un anatema nero e disperato, che tuttavia suona ancora oggi drammaticamente attuale. I giovani, specialmente quelli culturalmente più attrezzati, abbandonano in massa il Sud. Questi ragazzi hanno spesso studiato fuori dalla propria regione, negli atenei emiliano-romagnoli, lombardi, laziali. Il bilancio parla da sé: tre studenti fuorisede su quattro alla fine decidono di non tornare a casa. Negli anni accademici ognuno di loro avrà assorbito il 30 per cento delle risorse famigliari. Il flusso di denaro complessivamente spostato ogni anno è stato stimato in 3,5 miliardi di euro. Una somma pagata dal Mezzogiorno a favore delle aree forti del paese.

L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta naturalmente nel fatto che coinvolge laureati, ricercatori, professionisti altamente specializzati. Dopo aver raggiunto l’eccellenza con le risorse della propria famiglia, “la meglio gioventù” meridionale finisce per lavorare e per produrre nelle ricche città del Nord. Come si vede siamo di fronte a una tripla emorragia: sociale, professionale ed economica.

Se ciò accade è perché il Sud non ha ancora sviluppato una rete industriale e imprenditoriale capace di assorbire questa forza lavoro, o di offrire opportunità di carriera competitive rispetto alle realtà settentrionali. È proprio da qui, dai comparti produttivi, che occorre cominciare a sviluppare una riflessione sul lavoro da fare. 

La classe imprenditoriale meridionale ha bisogno della spinta necessaria per far ripartire il motore del Sud. In termini pratici questo non può che tradursi nel ripristino di una fiscalità di sviluppo che agevoli gli investimenti da Napoli in giù. Su questo binario il governo Prodi, dopo lunghe negoziazioni con l’Unione europea, aveva istituito l’automatismo sul credito d’imposta, prontamente smantellato nella finanziaria estiva di Tremonti. Ancora: serve un massiccio piano di investimenti che rinnovi le infrastrutture per la viabilità primaria e secondaria delle regioni meridionali. Anche per questo l’esecutivo passato aveva portato a 64 miliardi il Fondo per le aree sottoutilizzate, ridotto di oltre 12 miliardi da questo governo. Terza nodo da sciogliere, quello della domanda e dei consumi. Che si rilanciano aumentando il potere d’acquisto delle fasce più deboli, e non certo abolendo l’Ici sulle case di lusso, come ha fatto la squadra del Cavaliere.

L’idea il meridione debba “farcela da solo”, senza gravare economicamente sul resto del paese è un concetto tecnicamente sbagliato, frutto di un preconcetto purtroppo ormai molto diffuso. Il retropensiero è semplice e vede il Sud come una fucina di corruzione, autentica palla al piede di un Nord virtuoso e produttivo. Ebbene, a parte il fatto che molta della ricchezza materiale e immateriale del settentrione è stata ed è tuttora pagata con risorse del Mezzogiorno, la notizia vera è che senza puntare sul Sud l’Italia non può più crescere. Perché il mercato del Nord, anche quello del lavoro, è ormai prossimo alla saturazione. 

Sul tavolo abbiamo oggi uno strumento che si chiama federalismo fiscale. Un oggetto che può offrire soluzioni nuove e positive o, invece, rappresentare l’arma con cui affondare definitivamente il meridione, e con esso tutta l’Italia. La delega in bianco lasciata finora alla Lega lascia temere il peggio. Oggi come mai serve dialogo, cooperazione e concertazione tra maggioranza, opposizione e parti sociali. 

Sta al governo decidere se cogliere questa opportunità o andare avanti come uno schiacciasassi. Una cosa è certa: se Berlusconi dovesse decidere ancora una volta di procedere in maniera unilaterale, se non invertirà la rotta sulle misure antimeridionalistiche fin qui varate, si assumerà la responsabilità di un disastro incalcolabile per tutto il Paese.

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Dalla tempesta economico-finanziaria in atto emerge un importante insegnamento: nelle società complesse, in particolare nei momenti di profonda crisi, i problemi si risolvono mettendo insieme le forze. Un concetto che avremmo dovuto interiorizzare già da molto tempo, in particolare dal lontano 1993, quando l’accordo sulla politica dei redditi riuscì a tirare fuori dalle secche l’Italia, aumentando il potere d’acquisto e ponendo le basi del risanamento economico. In un momento di grave congiuntura, l’Italia riusciva a trovare il massimo del consenso intorno alle riforme necessarie.

Mai come adesso occorre tornare a quello spirito. Come allora anche oggi il Paese non può permettersi aspre contrapposizioni. Il muro contro muro rischia di allungare i tempi e di accendere conflitti sociali deleteri. Tornare alla politica della concertazione vuol dire tornare a percorrere la strada della mediazione e della cooperazione responsabile. Solo se il governo si deciderà ad aprire un confronto di merito con le parti sociali, con gli imprenditori e con tutto il Parlamento, saranno date le condizioni ideali per superare lo tsunami che ha investito il Paese.

Il lavoro da svolgere è molto. Servono politiche redistributive, misure immediate a difesa dei salari e delle pensioni. Occorre un’azione forte a sostegno delle piccole e medie imprese, nuove fiscalità di sviluppo per gli imprenditori che operano nelle aree deboli. Urge un importante piano di opere pubbliche che non punisca il Mezzogiorno spostando al Nord le già scarse risorse a disposizione del Sud. Per fare tutto ciò abbiamo bisogno di concordia, di collaborazione tra le parti. In una parola: abbiamo bisogno di concertazione.

Come è noto, la concertazione non ha nulla a che vedere con gli scambi consociativi. Non sostituisce il ruolo di indirizzo politico del governo, piuttosto valorizza le competenze e le responsabilità di ogni attore in gioco. Presuppone uno spirito operoso e costruttivo delle parti, che trovano insieme una proficua sintesi condivisa. Questa è la sfida di oggi. Questa la strada maestra da percorrere.

Il centrodestra, finora ostaggio dei protagonismi di Silvio Berlusconi, non è riuscito a compiere questo fondamentale cambio di marcia. In una democrazia matura e articolata come la nostra, specialmente in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, non è pensabile che il governo vari riforme in maniera unilaterale. È necessario aprire una stagione politica nuova, di piena e responsabile collaborazione, che unisca il Paese e lo porti fuori dalla bufera.

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