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Un nuovo inizio per il Partito democratico e per tutta l’Italia. Uno “start” che parta da un forte e responsabile richiamo all’unità, faccia tesoro di tutti gli errori commessi. Non dimentichi i molti successi fin qui ottenuti. E, soprattutto, rilanci il ruolo di un’opposizione dura e senza sconti. Questo il senso delle prime parole e delle prime azioni del nuovo segretario Dario Franceschini. Nei giorni scorsi, la stampa ha accarezzato maliziosamente ipotesi di un mandato debole. Si è parlato a sproposito di reggenza, di interim, di soluzione a orologeria. Nulla di più falso. Lo si è capito dalla relazione che sabato scorso ha accompagnato la sua candidatura in assemblea costituente. Lo si è visto nei suoi primi interventi e nei suoi primi richiami da segretario. Franceschini è un leader vero, in grado di traghettare l’Italia fuori dalla bufera in cui si trova.

Il lavoro che gli si pone davanti è imponente. L’azione miope e demagogica del governo Berlusconi sta portando il Paese a una lenta disgregazione. L’Italia perde coesione istituzionale, sociale ed economica. L’esecutivo preferisce la logica della violenta contrapposizione a quella della concertazione e della ricerca delle unità d’intenti. Nel momento più difficile della storia della Repubblica ai cittadini vengono proposte una serie di strumentali opposizioni binarie. Da una parte i fannulloni, dall’altra i lavoratori produttivi; da una parte il sud sprecone, dall’altra il nord virtuoso; da una parte gli immigrati, dall’altra gli italiani. E si potrebbe andare avanti a lungo. Questa impostazione alimenta le diffidenze e genera paura. E la paura è il concime più fertile su cui far attecchire politiche autoritarie, egoistiche e liberticide. Per questo va combattuta a tutti i livelli e senza quartiere. Questa la prima sfida politica del nuovo segretario democratico.

Riconoscere l’immenso valore dell’unità e della solidarietà nazionale. Un principio valido tanto sul piano economico quanto su quello sociale. Questa la sola strada in grado di portare l’Italia verso nuovi orizzonti di sviluppo. Beninteso: rilanciare il tema dell’unità nazionale non vuol dire ritirarsi da sfide importanti come quella del federalismo fiscale. Significa affrontare queste sfide nella convinzione che ogni legge dello Stato deve rendere più efficiente il sistema Italia, ma sempre e comunque all’interno di un quadro di solidarietà nazionale. Non è questione di “buonismo” e neppure di sola giustizia sociale. Se è vero come è vero che la crisi nasce da una cattiva distribuzione della ricchezza, l’unica maniera per fronteggiarla è quella di puntare una buona volta sui ceti deboli e sulle aree sottosviluppate.

La verità è che senza una prospettiva nazionale nelle politiche economiche e sociali, il paese non sarà mai in grado di decollare. Lo ricordano i più illustri osservatori e le istituzioni più prestigiose, a cominciare dalla Banca d’Italia. Per inaugurare questa battaglia non servono né esistono scorciatoie. Non sono pensabili “partiti del nord” o “partiti del sud”. Il lavoro di chiunque sia coinvolto nel partito deve tendere al consolidamento di un soggetto unitario, che parli con un’unica voce. Un partito che rifiuti ogni egoismo, si apra al confronto sulle varie specificità territoriali e sia pronto a restituire tempestive risposte di sintesi. Siamo certi che il nuovo segretario sarà in grado di raccogliere questa sfida e di interpretare il suo mandato nella maniera migliore. Cosciente del fatto che in gioco non ci sono solo le sorti di un partito, ma le radici culturali che hanno reso l’Italia un grande Paese libero e solidale.

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Mentre Raffaele Lombardo se ne sta a guardare, il governo taglia altri 900 milioni al Sud. Questo il senso dell’incontro romano tra il presidente del Consiglio e il governatore della Regione Siciliana. Il quale, spiace dirlo, ha ricevuto poco più di una pacca sulla spalla dal premier sulla futura destinazione delle risorse scippate al Fas. “Presto la situazione si sbloccherà”, ha detto sorridente il Cavaliere al governatore isolano. Tanto è bastato per far tornare a Lombardo il buon umore.

Presto la situazione si sbloccherà, dunque. Ma quando? E come? Non è dato sapere. Non occorre essere fini politologi per capire che dietro le parole di Berlusconi si nasconde una promessa vuota. Che suona persino beffarda, se si considerano gli effetti causati dall’ennesimo provvedimento varato a spese del Mezzogiorno. Parliamo del decreto salva-auto, misura d’urgenza adottata una settimana fa dal Consiglio dei ministri.

Giusti i fini, disastrosi i mezzi. In perfetto silenzio, l’esecutivo ha infatti preparato una nuova polpetta avvelenata per la Sicilia e per il Sud, finanziando il decreto con 900 milioni di euro, stanziati dalla ex 488 per gli imprenditori che puntano sulle aree deboli. Fondi che erano destinati per l’85 per cento alle imprese meridionali. Questa l’unica dotazione prevista per la copertura del provvedimento: tutto il resto è una partita di giro.

Non bastava la devastante abolizione del credito d’imposta: per meglio definire l’asse nordista del suo governo, il ministro Tremonti ha voluto lanciare una nuova crociata contro le piccole e medie imprese meridionali. E pensare che nei giorni scorsi è stato proprio il ministro dell’Economia a dire che è giusto a vincolare gli aiuti di Stato a precise garanzie sui livelli occupazionali nelle aziende. Visto che il governo intende far pagare questo decreto dalle aziende siciliane e meridionali, la domanda sorge spontanea: è prendendosela con i più deboli che si tutelano i lavoratori?

Ecco allora che si svela il gioco perverso e antimeridionalista di questa squadra di governo. Che dopo aver sottratto 20 miliardi dai fondi europei per lo sviluppo del meridione, coniuga rigorosamente al futuro ogni promessa, ma intanto non rinuncia a togliere altro ossigeno alle imprese, ai lavoratori e alle famiglie del Sud.

È importante capire che la sequela di provvedimenti antimeridionalisti che sta varando questo governo non è casuale. È miope e certamente scellerata, ma non casuale. Il governo incasella giorno dopo giorno le tessere di un mosaico preciso. Un disegno politico che vede nel Mezzogiorno una inesauribile fonte di denaro con cui coprire tutte le misure e tutte le esigenze nazionali. Anche Lombardo ormai lo avrà capito. Cosa aspetta, allora, per reagire? Perché il leader Mpa non fa pesare i suoi parlamentari a Roma? Si accontenta davvero dell’ennesima promessa da parte del mago di Arcore?

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Immigrazione, ordine pubblico, disoccupazione. Tre questioni distinte, nei confronti delle quali si sta compiendo, giorno dopo giorno, una pericolosa operazione di sovrapposizione. Basta ascoltare le dichiarazioni di alcuni esponenti di governo o prendersi la briga di leggere alcune proposte di legge della maggioranza, per rendersi conto che è in atto un tentativo di creare un cortocircuito tra tematiche diverse, che vanno affrontate con strumenti legislativi diversi.

In settimana abbiamo ascoltato un intervento che sintetizza in maniera formidabile questo fenomeno. In un’uscita pubblica Roberto Calderoli ha espresso pieno appoggio alle proteste in Inghilterra contro i lavoratori siciliani, proponendo niente meno che una moratoria del trattato di Schengen sulla libera circolazione in Europa. E aggiungendo una frase inquietante: “Quando a rischio ci sono i posti di lavoro per gli italiani – ha detto - i nuovi ingressi fanno prevedere rischi per l’ordine pubblico”. Per la prima volta un ministro della Repubblica suggerisce che esista un nesso causale tra la presenza di cittadini comunitari in cerca di lavoro e i problemi di pubblica sicurezza nelle città italiane.

Nessuno si sogna di affermare che le frontiere vadano aperte in maniera incondizionata. L’immigrazione clandestina è un fenomeno da arginare, a partire da serie e coerenti politiche bilaterali. Da notare che l’impostazione muscolare e aggressiva dell’esecutivo ha portato finora al raddoppio degli sbarchi. Evidentemente incapace di gestire questa partita, il governo si rifugia ancora una volta negli slogan, preferendo far leva sugli istinti e sull’emotività piuttosto che affrontare le cause che determinano il problema.

Quando il ministro dell’Interno Maroni afferma che occorre combattere gli irregolari “con cattiveria”, gioca un ruolo fondamentale in questo schema, e tenta di sovrapporre gli strumenti con i quali si fronteggiano due questioni autonome come l’immigrazione clandestina e l’insicurezza urbana. Finiscono così sullo stesso piano regolari e irregolari, comunitari ed extracomunitari, disperati in cerca di un po’ di pace e semplici lavoratori stranieri. Secondo questa impostazione l’immigrato rappresenta implicitamente una minaccia e l’immigrazione va vista come un male in sé.

Un simile disegno ha il solo effetto di ingenerare confusione. E dalla confusione nasce la paura, che è il seme ideale per fare attecchire odio e disgregazione sociale. È l’anticamera della xenofobia, viatico per le politiche repressive e alibi con cui nascondere ogni inefficienza.

Manca il lavoro? Prendetevela con gli stranieri, non con la catastrofica politica economica dell’esecutivo. Le città sono meno sicure? Colpa dell’immigrato, non dell’immobilismo di Berlusconi e Maroni. Il governo cavalca l’insicurezza intrinseca in ogni crisi e progetta cinicamente valvole di sfogo su cui canalizzare il malcontento generato dalla sua politica inconcludente.

Ma a ben guardare c’è dell’altro. Se oggi passa lo slogan “L’Italia agli italiani”, domani si avrà buon gioco a restringere il campo alle regioni, per poi passare alle province e ai comuni. Il diverso, la minaccia, l’immigrato, allora non sarà più solo colui che è nato in un’altra nazione, ma anche il meridionale, il collega di lavoro, il vicino di casa. È il trionfo della “filosofia” leghista: ognuno pensi all’orto di casa propria e si guardi bene dal prossimo. Con tanti saluti all’unità e alla coesione nazionale.

Gli effetti più devastanti di questo disegno si stanno manifestando a Lampedusa. La splendida isola siciliana è stata di fatto degradata dal governo a colonia penale e può essere considerata tragica metafora di questa perversa logica che assimila i flussi migratori a una minaccia criminale. Un’equazione che porta ben evidente il marchio antimeridionalista della Lega, che vorrebbe nascondere e confinare nell’avamposto siciliano gli effetti più disastrosi e dolorosi della fallimentare politica sull’immigrazione varata da questo governo.

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La decisione del ministero dell’Interno di istituire a Lampedusa un nuovo Centro di identificazione ed espulsione, in aggiunta al Centro di permanenza già esistente, è di una gravità inaudita e foriero di un disegno terrificante. Le intenzioni dell’esecutivo sono quelle di trasformare l’isola in una sorta di colonia penale, dove però le donne e gli uomini non hanno alcuna colpa se non quella di provenire da realtà disperanti. Il governo vorrebbe concentrare nel Mezzogiorno le tracce più evidenti del suo fallimento, che ha portato negli ultimi mesi al raddoppio degli sbarchi di clandestini. Gli effetti di questa politica disastrosa sono ormai sotto gli occhi di tutti.

Di bassissima lega i tentativi da parte del governo di persuadere i lampedusani. Il sindaco riferisce che “piogge di milioni” erano pronte a cadere sul Comune se l’ente avesse detto di sì alla nuova struttura. Da parte sua il ministro Calderoli ha preferito lanciare l’amo pubblicamente, proponendo in un’intervista di trasformare l’isola in un porto franco. Lo sdegno è stato unanime: ci spiace ministro, Lampedusa non è in vendita.

Il fenomeno dell’immigrazione clandestina non si fronteggia tenendo per mesi donne, uomini e bambini in strutture che somigliano a penitenziari. In questo modo si aumenta la tensione sociale e si creano danni terribili al tessuto culturale ed economico di un territorio. La tradizione di ospitalità e accoglienza dei siciliani è entrata di buon merito nell’immaginario collettivo di tutto il mondo. Questo orgoglio ora rischia di incrinarsi a causa della miopia di un governo a trazione leghista.

Il blocco totale di un’isola, gli scioperi e le durissime contestazioni hanno infine portato il presidente Lombardo a chiedere che il governo torni a ragionare. Il governatore ha in calendario una serie di incontri con il governo, ma non è ancora chiaro in che modo intenda difendere i diritti della comunità isolana. Se la girandola dei vertici ministeriali dovesse concludersi ancora una volta con sterili promesse declinate al futuro, Lombardo farebbe pagare a tutta la Sicilia le conseguenze di una misera politica opportunistica.

Se il leader degli autonomisti vuole davvero incidere in questa vicenda, deve iniziare una battaglia politica senza sconti, dare un peso ai suoi parlamentari a Roma. Questa l’unica via percorribile dal governatore per difendere la causa di Lampedusa e preservare l’immagine di una delle mete più attrattive del mediterraneo.

La Sicilia non può e non deve trasformarsi in una colonia penale. Al di là degli schieramenti politici, è necessario che tutti parlamentari siciliani facciano fronte comune per ricordare a questo governo che la loro regione non è terra di conquista, dove si può qualsiasi cosa senza il minimo riguardo per la volontà e le esigenze della cittadinanza.

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Nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica è tornato a parlare di questione meridionale. Il Capo dello Stato ha denunciando “nuove sordità verso le esigenze del Mezzogiorno”, ribadendo che l’unità nazionale “va rafforzata” anche attraverso il “dovere inderogabile” del Nord di essere solidale con il Sud. Un appello importante, lanciato proprio in coincidenza con l’approvazione alla Camera del decreto che il governo si ostina a chiamare anticrisi. Provvedimento che ignora completamente le aree deboli del Sud, dove sono le famiglie più numerose, i lavoratori meno tutelati e gli imprenditori maggiormente a rischio.

Dimostrando un’arroganza senza limiti, l’esecutivo ha posto per la trentaduesima volta dal suo insediamento la questione di fiducia, facendo cadere tutti gli emendamenti (le opposizioni ne avevano presentati appena una trentina per evitare di dare alibi all’esecutivo) e mettendo nuovamente il bavaglio al Parlamento.  Ne risulta un testo del tutto sbilanciato che, se approvato senza modifiche anche al Senato, potrebbe portare il Mezzogiorno verso un 2009 disastroso.

Il tanto pubblicizzato assegno familiare, per cominciare, è completamente fuori bersaglio. Non solo è un bonus “una tantum”, ma beffa proprio i nuclei più numerosi, premiando i single e le coppie senza figli. Quanto alla social card, il flop è decretato dai numeri: su scala nazionale del milione e 300mila aventi diritto, solo 350mila l’hanno ottenuta. Intanto si moltiplicano i casi di persone che, davanti a una cassa, si sentono dire che la carta è scarica, e pertanto devono posare la merce che intendevano acquistare. Una mortificazione inaccettabile, davanti alla quale tutti gli ideatori di questa tessera dovrebbero vergognarsi. Non era meglio dare semplicemente il denaro a chi ne ha diritto?

La situazione è poi disastrosa sul fronte delle piccole e medie imprese. Nulla è stato fatto per ripristinare l’automatismo sul credito d’imposta. Gli imprenditori meridionali rimangono così senza strumenti di fiscalità di sviluppo, in totale balia della stretta creditizia. In compenso, chi vive o lavora nel Mezzogiorno si vedrà recapitare bollette più care grazie alla geniale idea di spaccare in tre l’Italia sulle tariffe energetiche. Morale: il potere d’acquisto delle famiglie meridionali diminuirà, gli investimenti a sud di Roma saranno disincentivati, la precarietà tenderà a salire. Così come la disoccupazione.

Sul delicato tema degli ammortizzatori sociali, senza neppure essersi confrontato con i sindacati, il governo ha prodotto formule confuse e si è mosso senza la copertura di nuove risorsa (si intende veramente depredare i Fondi sociali europei e compiere così l’ennesimo scippo ai danni del Mezzogiorno?). Una ricetta che rischia di creare solo grandi illusioni. In definitiva, dopo aver tagliato al Sud 16,6 miliardi di euro, il governo Berlusconi non ha destinato neppure un centesimo alle riforme necessarie per il suo rilancio. Tremonti pensa forse di far cosa gradita al Carroccio. Non capisce che questa impostazione antimeridionalista condanna alla catastrofe l’Italia intera, nord incluso.

Come sottolineato nel messaggio di capodanno dal Capo dello Stato, il paese può e deve uscire migliore da questa crisi. Ma questo sarà possibile solo se il governo si deciderà a cambiare radicalmente linea, invertendo la sua impostazione unilateralista e comprendendo una volta per tutte che senza puntare sul Sud l’Italia non può ripartire.

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La lettera-denuncia dei parlamentari siciliani di centrodestra al ministro Giulio Tremonti sul gravissimo e reiterato scippo del Fas da parte dell’esecutivo Berlusconi, lascia francamente perplessi. Giusto, anzi doveroso, denunciare - come fa da mesi l’opposizione - l’impostazione pesantemente leghista di questo governo.  Una tara che si traduce nello scippo di 16,6 miliardi di euro dal fondo per le aree sottoutilizzate, nello smantellamento di ogni tipo di fiscalità di sviluppo, nella totale indifferenza dei bisogni specifici delle famiglie, dei precari e delle piccole e medie imprese che operano nelle aree deboli del Sud. 

Quello che non torna è la divergenza che c’è tra i loro annunci il loro comportamento in sede parlamentare, che non si traduce mai in atti concreti e dà vita spesso a scene imbarazzanti. Una di queste si è verificata in coincidenza delle votazioni in commissione Finanze sugli emendamenti governativi al decreto anticrisi. Proprio quel provvedimento che, si legge nella missiva, “non contiene alcuna disposizione rivolta specificamente al Mezzogiorno”, e rischia anzi di diventare il trampolino per una sciagurata riforma delle tariffe energetiche. In quella sede, i deputati meridionali di centrodestra avrebbero potuto esprimere il loro dissenso e battersi sul piano istituzionale contro la squadra di Berlusconi. Tuttavia, proprio nel momento della votazione, pidiellini e autonomisti hanno preferito alzare i tacchi e uscire dall’aula, evitando ogni confronto politico. L’azione di contrasto, naturalmente solo simbolica, è stata dunque portata avanti esclusivamente dai deputati del centrosinistra.

È così che i “nostri eroi” hanno intenzione di tutelare gli interessi del meridione? Come pensano di risolvere questa dissociazione tra parole e fatti i parlamentari siciliani? Nelle ultime settimane si sono palesati vaghi segni di risveglio da parte dei parlamentari isolani di centrodestra. Bene fa Gianfranco Micciché a spronare i suoi, ma lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio non può, da quel pulpito, avanzare critiche senza incarnare un paradosso. Interviste, esternazioni e missive devono ora trasformarsi in atti conseguenti.

I sedicenti “ribelli” di centrodestra, se non agiranno subito nelle sedi opportune, continueranno ad avallare di fatto le vessazioni compiute dall’asse Bossi-Tremonti. Di fronte all’insipienza della loro protesta, il governo ha già capito di avere carta bianca nella gestione delle risorse destinate al Sud.

La battaglia contro la discriminazione della Sicilia e del meridione deve essere condotta con il massimo della coerenza e al di là di ogni schieramento di parte. Il tema della crescita economica del Mezzogiorno deve tornare ad essere il punto centrale di una strategia di sviluppo nazionale. Solo mettendo insieme le forze nelle sedi istituzionali saremo in grado di imprimere una svolta decisiva nella politica miope di questo esecutivo. Sono pronti i colleghi siciliani del centrodestra a raccogliere la sfida?

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Il fronte di lotta che ha opposto e continua a opporre i sindaci delle isole minori al governo a causa dello scandaloso taglio delle linee Siremar, mette in evidenza ancora una volta il doppio standard antimeridionalista applicato dall’esecutivo Berlusconi in materia di trasporti. Per meglio mettere a fuoco questo doppio standard basta osservare le vicende che stanno animando in questi giorni il teatrino sulle sorti di Malpensa, “fiero scalo dell’Italia che produce”. I fatti sono noti: la Lega, “per salvare l’hub padano”, spinge per l’alleanza con Lufthansa, facendo finta di non sapere che un accordo in tal senso è ormai del tutto improbabile. Il carroccio finge anche di ignorare che un accordo con Air France non comprometterebbe affatto le sorti dell’aeroporto lombardo, essendo ormai prossima la liberalizzazione degli slot lasciati liberi da Alitalia. Spazi sui quali la compagnia tedesca ha già puntato gli occhi.

Perché, allora, dar spago a una falsa querelle? Il battibecco tra il Senatùr e il Cavaliere cerca di far passare un messaggio preciso e surrettizio: nel passaggio delle consegne tra vecchia e nuova Alitalia, a rimetterci sarà il nord e non il centro. E tanto meno l’improduttivo meridione.

Già, il Sud. Che fine ha fatto il Mezzogiorno nel dibattito sul futuro del trasporto aereo italiano? Se si guardano i numeri, nell’era Cai spostarsi da Palermo a Roma sarà più difficile e più costoso di prima. Soprattutto, non si avranno alternative. La fusione tra Airone e la vecchia Alitalia annulla di fatto la concorrenza e crea un monopolio destinato a tradursi in prezzi alti e bassa qualità dei servizi. Mentre però un utente che risiede al nord avrà sempre la possibilità di viaggiare in treno, un suo omologo meridionale dovrà per forza prendere l’aereo, trovandosi costretto a pagare di tasca propria una vera rendita di posizione.

Morale della favola: sarà il mezzogiorno a pagare l’inadeguatezza dimostrata dal governo nell’affaire Alitalia. Un dossier costato ai contribuenti 4 miliardi di euro e che ha dato vita a una mini compagnia di bandiera che opererà in regime di esclusiva a sud di Napoli. Al di là degli annunci fittizi e delle false polemiche, questa è l’operazione del governo Berlusconi. Dietro la cortina fumogena creata intorno a Malpensa, dietro i bisticci e le false preoccupazioni “per l’Italia che produce”, c’è il solito vecchio schema che scarica le inefficienze “sull’Italia che paga”, vale a dire sul Sud. Un modello purtroppo ampiamente collaudato in questi mesi con i decreti e i provvedimenti più disparati, dall’operazione dell’Ici sulle case di lusso allo scippo dei fondi per le aree sottoutilizzate fino all’abolizione del credito d’imposta per gli imprenditori meridionali.

Un doppio standard, come si diceva, che non produce vergogna nei signori che ci governano, men che mai in quelli siciliani. Ma non determina neanche azioni concrete da parte da quegli esponenti meridionali di maggioranza cui piace fare la voce grossa. Ma, si capisce, solo a giorni alterni, e rigorosamente tra le mura di casa propria.

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Gianfranco Micciché si sta producendo in questi giorni in una serie di dichiarazioni contro il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, reo, come ripetiamo da mesi, dello svuotamento del Fas e di una grave impostazione “leghista” e antimeridionalista. Sarebbe una battaglia nobile, non fosse condotta solo ed esclusivamente a colpi di proclami da un esponente dello stesso governo responsabile del più grave trasferimento di fondi dal Sud al Nord che l’Italia ricordi.

Micciché, che vanta la delega al Cipe, dovrebbe far seguire alle parole comportamenti conseguenti e rassegnare le dimissioni. Altrimenti si assuma fino in fondo le proprie responsabilità e renda conto del disastro perpetrato dalla squadra di governo di cui fa parte. A cominciare dal pasticcio uscito dalla seduta di giovedì scorso del Comitato interministeriale che, se possibile, ha reso ancora più torbide le acque intorno alle sorti del Fondo per le aree sottoutilizzate.

Entrando un minimo nel merito delle cifre prodotte dal  Cipe, ci si accorge infatti che dei 7,3 miliardi sbloccati solo 4 riguarderanno il Sud. In altri termini, poco più del 50 per cento, a fronte dell’85 previsto dalla legge. Non solo. Nel monte complessivo delle risorse sbloccate, due miliardi e mezzo di euro risultano “già vincolati”. Come? Da chi? Non è dato saperlo. Il governo blatera, farfuglia, ma non fornisce alcun documento. Alza invece una cortina fumogena, delegando ai Micciché di turno il compito di blandire l’opinione pubblica meridionale a suon di promesse, rigorosamente declinate al futuro. Così, mentre il sottosegretario rassicura i suoi conterranei, a Montecitorio va in porto una Finanziaria che sottrae al Sud di altri 3 miliardi di euro per il 2009.  

Il “signor Cipe”, tanto che c’è, potrebbe spiegarci anche il senso dello stanziamento di 1,3 miliardi di euro per il Ponte sullo stretto, a quanto pare promesso personalmente dal ministro delle infrastrutture Altero Matteoli al sindaco di Messina. Micciché sarà certamente al corrente del fatto che la crisi nel 2009 è destinata a colpire soprattutto la Sicilia e il meridione. Per difendere il tessuto sociale e produttivo del Mezzogiorno, per creare posti di lavoro e arginare il pericolo di un tracollo dell’occupazione, abbiamo bisogno di dare il via a opere immediatamente cantierabili, non a infrastrutture di cui non è stato completato neppure il progetto esecutivo. 

Se al Sud tornassero almeno una parte delle risorse saccheggiate per coprire gli sperperi di questo governo, si potrebbero trovare le risorse necessarie per finanziare seri piani di sviluppo, a cominciare dal ripristino dell’automatismo sul credito d’imposta. Purtroppo invece, con il dirottamento di risorse dal Fondo sociale europeo per gli ammortizzatori sociali, già si prepara il prossimo scippo ai danni delle aree deboli del paese. 

È ora che gli esponenti meridionali di governo e di maggioranza la finiscano di fare il doppio gioco, comportandosi da paladini in Sicilia in e da agnelli a Roma. Serve coerenza e serietà: in ballo c’è il futuro del Mezzogiorno e di tutta l’Italia. Ci piacerebbe sapere su quali basi Micciché si sente di dare garanzie ai siciliani. E soprattutto da chi intenda difenderli, se non dal sodalizio antimeridionalista e antisociale di cui, almeno finora, “mister Cipe” è  parte integrante.

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La crisi dei mercati finanziari mondiali e le conseguenti ripercussioni sulle economie reali dei Paesi impongono una riflessione sulle riforme necessarie a rendere più stabile, equo e responsabile il sistema capitalistico italiano e internazionale. Ci vogliono nuove regole. Le criticità del sistema attuale sono oggi sotto gli occhi di tutti e sono riconducibili principalmente a un fattore: la cattiva distribuzione di ricchezza all’interno delle società. Negli ultimi venti anni abbiamo assistito su scala mondiale e nazionale ad una costante e spaventosa divergenza tra redditi bassi e redditi alti. Proprio su questo nodo, che è anche un nodo politico, il Partito democratico è chiamato ad avviare al suo interno un dibattito profondo e proficuo. La sfida che dobbiamo e vogliamo accogliere è come determinare in Italia, in Europa e nel mondo una migliore e più equa distribuzione delle risorse. La questione ultima è ambiziosa: esiste una possibilità per l’Europa di diventare riferimento mondiale quanto a politiche di redistribuzione? È pensabile uno spostamento del baricentro globale sul vecchio continente sul piano economico-sociale? Da parte mia sono convinto di sì. 

Credo che al Partito democratico sia data oggi la grande occasione di diventare protagonista di questo dibattito in Europa. Una discussione che tra l’altro permette al partito di cementare al proprio interno identità eterogenee. C’è ancora molto lavoro da fare per individuare il rapporto ideale tra Stato, mercato e società civile. Tuttavia alcuni punti sono già saldi. Il Partito democratico fa propri i principi di un sistema economico-finanziario etico, responsabile e trasparente. Crede nella necessità di dotare gli organismi di controllo di maggiori e più penetranti poteri decisionali. L’obiettivo deve essere quello di una nuova e aggiornata Bretton Woods, che si confronti attivamente con rappresentanze internazionali dei lavoratori e dei risparmiatori. L’istituzione di questo nuovo soggetto impone una sfida alta, quella di istituire le giuste regole che rilancino le questioni dell’etica e della responsabilità sociale dell’impresa. 

L’Italia, da anni drammaticamente a corto di risorse, con il governo Berlusconi è entrata in questa crisi nel peggiore dei modi. Basta entrare un minimo nel merito dei provvedimenti finora adottati per capire quanto le misure dell’esecutivo abbiano peggiorato le condizioni di vita delle fasce sociali e degli imprenditori più deboli. È il caso dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa, provvedimento già adottato dal governo di Romano Prodi ed applicato nella scorsa legislatura sul 40 per cento delle abitazioni dei cittadini di ceto medio-basso. L’estensione decisa da Berlusconi per le case di lusso ha avuto come effetto quello di spostare tre miliardi di euro dalle aree deboli del Sud a quelle più forti del centro-nord.  

Il ministro che fregia i suoi atti con il nome di Robin Hood ha sottratto ai poveri per dare ai ricchi anche con lo smantellamento dell’automatismo sul credito d’imposta per gli imprenditori meridionali. Il governo, che promette di non aumentare le tasse, che giura di voler rilanciare la domanda e i consumi, per decreto ha sterilizzato l’unico sistema disponibile che garantiva una fiscalità di vantaggio a chi intendesse investire nel Mezzogiorno. Nel pieno della crisi, dunque, Berlusconi e Tremonti hanno varato manovre che non diminuiscono ma accrescono le disuguaglianze in Italia. 

A breve termine la priorità termine rimane quella della tutela dei salari più bassi e delle fasce più vulnerabili dell’imprenditoria, specialmente nelle aree più deboli (e a più alto potenziale di crescita) del Paese. È un tema, questo, che si integra perfettamente a quello della coesione nazionale, perché promuovere una più equa distribuzione del lavoro e dello sviluppo  vuol dire unificare il Paese. Il primo passo da compiere è eliminare tutti gli strumenti di contribuzione a fondo perduto. La ricetta non può essere questa. Diamo piuttosto a tutto il Paese crediti d’imposta per la ricerca e sul Mezzogiorno concentriamo invece quelli dedicati agli investimenti produttivi. Di passi avanti, nei due anni di governo Prodi, ne sono stati fatti molti. Con l’avvento del governo Berlusconi il processo avviato sembra essersi già bruscamente interrotto i primi provvedimenti varati dal nuovo esecutivo costituiscono un forte arretramento rispetto a quanto era stato fatto in questi anni. 

Voglio concludere il mio intervento concentrandomi sui salari bassi e sul tema degli ammortizzatori sociali. Come Partito democratico siamo certi di una cosa: i pochi miliardi che in questa fase sono spendibili dallo Stato vanno indirizzati sui redditi delle fasce sociali più vulnerabili della società. Giusto e urgente detassare i salari e ancorare il tasso dei mutui a quello della Banca centrale europea. Quanto al reddito di inserimento, sono convinto occorra attivarlo in maniera mirata, e che vada integrato a opportuni programmi di formazione che aiutino le persone a trovare un nuovo impiego. Andrei invece più cauto su un provvedimento “omnibus”, generalista. Una tale riforma ricalcherebbe di fatto il fallito esperimento dei Lavori socialmente utili, che troppo spesso si sono trasformati in inutili e costosissimi serbatoi clientelari. Impresa, sviluppo e lavoro produttivo: questa l’unica catena virtuosa che può portare fuori dalle secche l’economia del Mezzogorno e con essa di tutta l’Italia.

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Fuitevenne, diceva Eduardo trent’anni fa, esortando le giovani generazioni meridionali a scappare dalle loro terre per cercare la propria realizzazione altrove. Un anatema nero e disperato, che tuttavia suona ancora oggi drammaticamente attuale. I giovani, specialmente quelli culturalmente più attrezzati, abbandonano in massa il Sud. Questi ragazzi hanno spesso studiato fuori dalla propria regione, negli atenei emiliano-romagnoli, lombardi, laziali. Il bilancio parla da sé: tre studenti fuorisede su quattro alla fine decidono di non tornare a casa. Negli anni accademici ognuno di loro avrà assorbito il 30 per cento delle risorse famigliari. Il flusso di denaro complessivamente spostato ogni anno è stato stimato in 3,5 miliardi di euro. Una somma pagata dal Mezzogiorno a favore delle aree forti del paese.

L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta naturalmente nel fatto che coinvolge laureati, ricercatori, professionisti altamente specializzati. Dopo aver raggiunto l’eccellenza con le risorse della propria famiglia, “la meglio gioventù” meridionale finisce per lavorare e per produrre nelle ricche città del Nord. Come si vede siamo di fronte a una tripla emorragia: sociale, professionale ed economica.

Se ciò accade è perché il Sud non ha ancora sviluppato una rete industriale e imprenditoriale capace di assorbire questa forza lavoro, o di offrire opportunità di carriera competitive rispetto alle realtà settentrionali. È proprio da qui, dai comparti produttivi, che occorre cominciare a sviluppare una riflessione sul lavoro da fare. 

La classe imprenditoriale meridionale ha bisogno della spinta necessaria per far ripartire il motore del Sud. In termini pratici questo non può che tradursi nel ripristino di una fiscalità di sviluppo che agevoli gli investimenti da Napoli in giù. Su questo binario il governo Prodi, dopo lunghe negoziazioni con l’Unione europea, aveva istituito l’automatismo sul credito d’imposta, prontamente smantellato nella finanziaria estiva di Tremonti. Ancora: serve un massiccio piano di investimenti che rinnovi le infrastrutture per la viabilità primaria e secondaria delle regioni meridionali. Anche per questo l’esecutivo passato aveva portato a 64 miliardi il Fondo per le aree sottoutilizzate, ridotto di oltre 12 miliardi da questo governo. Terza nodo da sciogliere, quello della domanda e dei consumi. Che si rilanciano aumentando il potere d’acquisto delle fasce più deboli, e non certo abolendo l’Ici sulle case di lusso, come ha fatto la squadra del Cavaliere.

L’idea il meridione debba “farcela da solo”, senza gravare economicamente sul resto del paese è un concetto tecnicamente sbagliato, frutto di un preconcetto purtroppo ormai molto diffuso. Il retropensiero è semplice e vede il Sud come una fucina di corruzione, autentica palla al piede di un Nord virtuoso e produttivo. Ebbene, a parte il fatto che molta della ricchezza materiale e immateriale del settentrione è stata ed è tuttora pagata con risorse del Mezzogiorno, la notizia vera è che senza puntare sul Sud l’Italia non può più crescere. Perché il mercato del Nord, anche quello del lavoro, è ormai prossimo alla saturazione. 

Sul tavolo abbiamo oggi uno strumento che si chiama federalismo fiscale. Un oggetto che può offrire soluzioni nuove e positive o, invece, rappresentare l’arma con cui affondare definitivamente il meridione, e con esso tutta l’Italia. La delega in bianco lasciata finora alla Lega lascia temere il peggio. Oggi come mai serve dialogo, cooperazione e concertazione tra maggioranza, opposizione e parti sociali. 

Sta al governo decidere se cogliere questa opportunità o andare avanti come uno schiacciasassi. Una cosa è certa: se Berlusconi dovesse decidere ancora una volta di procedere in maniera unilaterale, se non invertirà la rotta sulle misure antimeridionalistiche fin qui varate, si assumerà la responsabilità di un disastro incalcolabile per tutto il Paese.

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