Dalla tempesta economico-finanziaria in atto emerge un importante insegnamento: nelle società complesse, in particolare nei momenti di profonda crisi, i problemi si risolvono mettendo insieme le forze. Un concetto che avremmo dovuto interiorizzare già da molto tempo, in particolare dal lontano 1993, quando l’accordo sulla politica dei redditi riuscì a tirare fuori dalle secche l’Italia, aumentando il potere d’acquisto e ponendo le basi del risanamento economico. In un momento di grave congiuntura, l’Italia riusciva a trovare il massimo del consenso intorno alle riforme necessarie.

Mai come adesso occorre tornare a quello spirito. Come allora anche oggi il Paese non può permettersi aspre contrapposizioni. Il muro contro muro rischia di allungare i tempi e di accendere conflitti sociali deleteri. Tornare alla politica della concertazione vuol dire tornare a percorrere la strada della mediazione e della cooperazione responsabile. Solo se il governo si deciderà ad aprire un confronto di merito con le parti sociali, con gli imprenditori e con tutto il Parlamento, saranno date le condizioni ideali per superare lo tsunami che ha investito il Paese.

Il lavoro da svolgere è molto. Servono politiche redistributive, misure immediate a difesa dei salari e delle pensioni. Occorre un’azione forte a sostegno delle piccole e medie imprese, nuove fiscalità di sviluppo per gli imprenditori che operano nelle aree deboli. Urge un importante piano di opere pubbliche che non punisca il Mezzogiorno spostando al Nord le già scarse risorse a disposizione del Sud. Per fare tutto ciò abbiamo bisogno di concordia, di collaborazione tra le parti. In una parola: abbiamo bisogno di concertazione.

Come è noto, la concertazione non ha nulla a che vedere con gli scambi consociativi. Non sostituisce il ruolo di indirizzo politico del governo, piuttosto valorizza le competenze e le responsabilità di ogni attore in gioco. Presuppone uno spirito operoso e costruttivo delle parti, che trovano insieme una proficua sintesi condivisa. Questa è la sfida di oggi. Questa la strada maestra da percorrere.

Il centrodestra, finora ostaggio dei protagonismi di Silvio Berlusconi, non è riuscito a compiere questo fondamentale cambio di marcia. In una democrazia matura e articolata come la nostra, specialmente in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, non è pensabile che il governo vari riforme in maniera unilaterale. È necessario aprire una stagione politica nuova, di piena e responsabile collaborazione, che unisca il Paese e lo porti fuori dalla bufera.

Comments Nessun Commento »

Non è facile individuare e comprendere la tara politica che spinge il governo ad affondare il Mezzogiorno un provvedimento dopo l’altro. È anche difficile credere che una tale demolizione programmatica possa essere condotta senza reali proteste da parte degli esponenti meridionali della maggioranza. Tuttavia è ciò che sta accadendo. A suggellarlo, il silenzio di fronte all’ultimo scandaloso scippo al Fas perpetrato ai danni del Meridione. I numeri sono associabili a un bollettino di guerra. Secondo lo schema di delibera approvato recentemente dal Cipe, le risorse destinate alle aree sottoutilizzate saranno ridotte di 14 miliardi, 12 dei quali saranno pagati dal Sud. In questo bollettino la Sicilia si prepara a pagare il dazio più alto. Togliere risorse allo sviluppo delle aree deboli per fare cassa è un’operazione abbietta e un vizio che questo esecutivo non riesce a togliersi. La squadra di Berlusconi l’ha già fatto per far fronte a scelte politiche sbagliate come il taglio dell’Ici per i più ricchi. Ora con la stessa tecnica intende far pagare alle aree deboli i più disparati provvedimenti del governo, dalla riforma delle università, all’organizzazione di un evento internazionale come il G8.

Non è solo una questione di tagli. Nelle vari capitoli di spesa non si intravede alcuna riallocazione tesa a concentrare le risorse sui settori in grado di rilanciare lo sviluppo delle regioni meridionali. Dopo aver congelato per quasi un anno la programmazione 2007-2013, la squadra del Cavaliere la riavvia con importi fortemente ridotti. Tutto qui. Nessuna politica redistributiva emerge dai rapporti delle nuove quote. Siamo di fronte all’ennesimo colpo d’accetta verticale, finalizzato esclusivamente a rimpinguare le casse dello Stato Con i soldi del Sud. Qualche tempo fa Raffaele Lombardo, da presidente della Provincia di Catania, chiamava a raccolta i suoi uomini nella Capitale. Nel mirino aveva il governo Prodi, che dopo aver stanziato un miliardo e mezzo per la viabilità secondaria, tardava a suo dire, a rendere disponibile tale somma. Cosa farà Lombardo, intanto diventato governatore, ora che la destra ha ridotto a 500 milioni questo fondo? Salirà di nuovo a Roma più infuriato che mai o, da bravo autonomista, dirà il suo personalissimo “obbedisco” al Cavaliere?

Nessuno si sogna di mettere in dubbio l’importanza di avviare un grande piano di opere pubbliche in un periodo come questo. Ma esigiamo garanzie sul fatto che i soldi del Sud rimangano al Sud. Un concetto che non dovrebbe sfuggire a una coalizione che si dice federalista. È possibile realizzare le grandi infrastrutture del nord con le risorse programmate per lo sviluppo del Sud? È così che il governo cerca di rilanciare lo sviluppo del Mezzogiorno? È così che intende varare le necessarie politiche espansive? Mentre il governo manda a rotoli il Mezzogiorno a  furia di spallate, tutto tace dagli scranni dei parlamentari meridionali. In uno strano esercizio di equilibrismo politico, qualche esponente autonomista tenta persino di prendersela con il governo Prodi. Non ci piace sparare sulla croce rossa, tuttavia non abbiamo difficoltà a ricordare che il centrosinistra ha portato a quota 64 miliardi il Fas, ha implementato l’automatismo sul credito d’imposta per gli imprenditori del Sud. In questo governo la questione meridionale è stata invece del tutto cancellata. Altro che piano anti-crisi: se l’esecutivo non si decide a cambiare politica, confermerebbe la sua grave impostazione antimeridionalista. Ma anche, e soprattutto, la sua miope politica di sviluppo nazionale.

Comments Nessun Commento »

Invece di ricorrere alla solita politica degli annunci, il governo presenti immediatamente in Parlamento un piano concreto per sostenere i salari bassi e le piccole e medie imprese. Siamo nel pieno di una crisi che sta incidendo gravemente sul potere d’acquisto e sull’occupazione degli italiani. Non c’e’ piu’ tempo da perdere, servono misure a sostegno della domanda, non annunci roboanti buoni solo per la propaganda e per rimandare i problemi. Ad oggi l’esecutivo Berlusconi non ha prodotto alcunche’ a sostegno delle fasce piu’ deboli.

Il governo si e’ mosso invece in direzione opposta, abolendo le imposte sulle case di lusso e disincentivando le assunzioni con la detassazione sugli straordinari. Dopo aver gravemente mortificato il dialogo, il governo ha ora il dovere di riavviare un confronto con il Parlamento e con le parti sociali. Alcune misure a difesa dei redditi bassi e dei piccoli imprenditori possono essere incorporate gia’ nel decreto salva-banche da oggi in esamealla  Camera dei deputati. Tre gli interventi necessari: un vincolo sul credito alla piccole e medie imprese, mutui agganciati a tasso della Banca europea e un netto rafforzamento nei controlli sull’utilizzo delle risorse da parte degli istituti. Quanto ancora dovremo aspettare?

Comments Nessun Commento »

Quella approvata a Montecitorio e’ una finanziaria iniqua, dissennata e antimeridionalista, che sposta miliardi di euro dalle aree deboli a quelle forti del paese. Le sorti sociali ed economiche del Sud sembrano ormai in balia di una maggioranza imbelle e di un governo che continua a scippare fondi per lo sviluppo. Mentre gli esponenti meridionali di centrodestra, evidentemente colti da sindrome di Stoccolma, se ne stanno placidi a guardare, la destra taglia 13 miliardi dal Fondo aree sottoutilizzate, lascia alla deriva salariati e pensionati, non aiuta in alcun modo i piccoli e medi imprenditori del Mezzogiorno. E questo nel pieno di uno tsunami economico che nel 2009 chiedera’ al Sud il piu’ alto tributo in termini di recessione. In questo quadro, anche i parlamentari di maggioranza che si spacciano per meridionalisti si sperticano in complimenti mentre il governo lancia bordate tremende al Mezzogiorno. Le anime belle si accontentano di vaghe promesse e di rinvii al futuro. Qualche autonomista, evidentemente in imbarazzo, tenta persino di prendersela con il governo Prodi. Gli ricordiamo che il centrosinistra ha portato a quota 64 miliardi il Fas, ha implementato l’automatismo sul credito d’imposta per gli imprenditori, ha sgravato dell’imposta sulla prima casa le famiglie povere. Il governo Berlusconi ha invece del tutto cancellato dall’agenda la questione meridionale. Questa coalizione a trazione leghista crede forse di far cosa gradita al Nord, ma in questo modo condanna lo sviluppo di tutto il territorio nazionale. Perche’ senza il Sud l’Italia non riparte.

Comments Nessun Commento »

Ci sono momenti in cui le maschere cadono, in cui le belle apparenze e gli annunci pomposi non possono che lasciare il passo a una realtà ingiusta e intollerabile. Uno di questi momenti si è manifestato ieri a Montecitorio. Il teatro è quello della commissione Bilancio. Sul tavolo un emendamento per ripristinare l’automatismo del credito d’imposta presentato dal Partito democratico e dall’Mpa. Per intenderci, quel meccanismo che garantiva un minore carico fiscale per gli investimenti produttivi degli imprenditori meridionali che Tremonti ha cancellato con un colpo di spugna. Risultato: con ventuno “sì” e ventuno “no” l’emendamento salva-meridione non è passato per un soffio.

Non è questa, però, la notizia peggiore. Il fatto è che tutti, ma proprio tutti i deputati pidiellini meridionali hanno votato contro. Inclusi, naturalmente quelli siciliani. Con un bel “no” allo sviluppo del Mezzogiorno, i parlamentari berlusconiani hanno pagato il loro tributo al Cavaliere. È così che questi signori intendono rappresentare gli interessi del loro territorio e dell’Italia intera? È così che onorano la propria autonomia rispetto alla deriva lombardo-veneta di questo esecutivo?  Non c’è bisogno che ricordi ai colleghi e conterranei quanto questo governo abbia tolto al Sud, e in particolare alla Sicilia. Gli stessi parlamentari dell’Mpa recentemente hanno denunciato uno scandaloso dirottamento di fondi dal Mezzogiorno al centro-nord. Come responsabile delle politiche per il Mezzogiorno del Pd, ma soprattutto come siciliano, ho apprezzato quel gesto, anche se appariva quanto mai debole e tardivo. Mi chiedo a questo punto: come fanno gli autonomisti ad essere ancora alleati con Pdl e Lega?

Ecco allora che la maschera cade: per non disturbare il manovratore, gli esponenti Mpa tornano a girarsi dall’altra parte e fingono di non vedere. Tutto questo mentre il governo annuncia di voler spendere altri 16 miliardi di euro per completare l’alta velocità al Nord. Da dove prenderanno i soldi Berlusconi e i suoi collaboratori? Il timore, purtroppo più che fondato, è che li tolgano, come hanno sempre fatto, al tessuto sociale ed economico del meridione. Il sospetto è che intendano scippare ancora una volta il fondo per le aree sottoutilizzate questa volta per portare a termine le grandi opere settentrionali. Mentre per le strade e le ferrovie del Sud non si registrano che tagli. L’antimeridionalismo di questo governo ci indigna, ma purtroppo non ci sorprende. A indignare e stupire, invece, è l’ingiustificabile comportamento dei deputati meridionali della maggioranza.

Comments Nessun Commento »

Oggi vogliamo festeggiare il verificarsi di un evento assai raro: un timido sussulto di risveglio nella rappresentanza Mpa in Parlamento. I capigruppo di Camera e Senato, Carmelo Lo Monte e Giovanni Pistorio, hanno inviato una lettera a Silvio Berlusconi per chiedere un vertice di maggioranza sui problemi legati all’utilizzo improprio dei fondi Fas. Nella loro missiva gli autonomisti “prendono atto” che le risorse  destinate per legge a investimenti produttivi delle aree deboli - l’85 per cento delle quali sono nei territori del Mezzogiorno - vengono massicciamente stornate per coprire spese “assolutamente estranee” a tale scopo. Era ora! Anche se con un ritardo abissale anche i colleghi dell’Mpa si sono accorti dei tagli fatti da Tremonti al meridione.

 

Il ministro delle Finanze, nel silenzio degli esponenti del partito di Lombardo, prima si e’ preso 3,2 miliardi già stanziati dal governo Prodi per le infrastrutture in Calabria e Sicilia, poi altri 3 destinati alla crescita del Mezzogiorno. Senza rinnovare, tra l’altro, il credito di imposta per le imprese del Sud. Il dato politico è che la subalternità dimostrata da Lombardo all’asse Lega-Tremonti, avrà un costo altissimo per i cittadini siciliani, che sono stati presi in giro da un governo che sotto il doppiopetto nasconde una bella camicia verde. Ci sono voluti mesi, ma alla fine se ne sono accorti anche dalle parti dell’Mpa. Speriamo che il letargo non li inghiotta di nuovo. E che alle loro manifestazioni di “profondo disappunto” seguano comportamenti coerenti.

Comments Nessun Commento »

La commedia pirandelliana nel centrodestra siciliano si arricchisce di un altro capitolo e di un nuovo straordinario personaggio: Roberto Calderoli, ministro della Repubblica che, a quanto pare, non conosce i propri sottosegretari. La vicenda è nota, ma un rapido resoconto sui fatti non guasta. Durante la festa dell’autonomia dell’Mpa, sabato a Messina Gianfranco Micciché sbotta: “Questo federalismo non va”. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio (!) dice di non fidarsi di una legge fatta “dagli amici della Lombardia” e “da gente come quelli della Lega”. Tuoni e saette dal Palazzo. “Micciché chi? – ha replicato uno stizzito Calderoli –. Non lo conosco. In Sicilia parlo solo con Lombardo”. Il teatrino si chiude per ora con l’ingresso del presidente della giunta: “Ha ragione Gianfranco, il rischio di una virata nordista c’è”, ha sentenziato Lombardo. Non si parlasse di un argomento così serio, ci sarebbe da accomodarsi e godersi lo show. Purtroppo però, mentre lorsignori continuano a battibeccare, chi paga lo spettacolo sono i siciliani.

Ci chiediamo quanto debba andare avanti questo gioco delle parti. Quanto ancora gli esponenti della maggioranza regionale, e in particolare quelli dell’Mpa, intendano interpretare la parte dei lupi a Palermo per poi tornare ubbidienti agnellini a Roma. Dove erano Lombardo e Micciché mentre il governo toglieva fondi per gli investimenti produttivi del Sud? In cosa si dilettavano nei giorni in cui l’esecutivo preparava la polpetta avvelenata dell’Ici? Che facevano mentre veniva tagliato il credito agli imprenditori? Quella in atto da parte degli esponenti della maggioranza siciliana è una strategia misera. Si tenta invano di salvare la facciain casa dicendo “non siamo responsabili di quello che fa Berlusconi”. Ma in concreto non si fa nulla  per arginare l’antimeridionalismo del governo nazionale. È un gioco puerile di cui i cittadini si sono accorti e che non può più durare a lungo. È bene che Lombardo, Micciché e tutti gli altri personaggi di questo pietoso balletto se ne rendano conto. Ne va del futuro della Sicilia.

Comments Nessun Commento »

Manifestare civilmente il proprio dissenso è un diritto fondamentale e inviolabile in una democrazia. Per una forza di opposizione certe volte è anche un dovere. Il Partito democratico sta per scendere in piazza. Lo farà perché, sotto la spinta del governo della destra, l’Italia si sta avviando a un preoccupante declino economico, politico e morale. Lo farà in maniera responsabile, insieme al suo popolo, ma anche insieme a tanti altri cittadini che stanno scoprendo sulle loro spalle quanto iniquo sia l’operato di questo esecutivo.

Come responsabile delle politiche per il mezzogiorno rivolgo il mio appello a chi vive nelle aree più disagiate di questo Paese. Di fronte ad una compagine di governo demagogica, spregiudicata e dilettantesca, che ha cancellato la questione meridionale dall’agenda pubblica, lo sdegno e l’indignazione sono legittimi, ma non sufficienti. Il mago di Arcore ha tentato invano di ammaliare l’opinione pubblica cercando di convincerla che in tempi di crisi manifestare non è cosa opportuna. Ci vuole il dialogo, va dicendo. Ma quale dialogo ha offerto fino ad oggi il suo governo?

Tutte le misure adottate sono state varate per decreto legge e con voto di fiducia. In questo modo hanno smantellato le politiche per il Mezzogiorno. Dirottato miliardi di euro dalle aree più povere a quelle più ricche. Smontato i meccanismi che garantivano aiuti alle imprese che operano al meridione. Falcidiato la scuola. Imposto la riforma federalista. Tutto senza il minimo confronto parlamentare. Senza ascoltare le proposte dell’opposizione e ignorando persino quelle della stessa maggioranza che li sostiene. Berlusconi farnetica di dialogo e offende sistematicamente il Parlamento e le istituzioni di questo Paese.

Intanto colpi tremendi vengono sferrati contro il tessuto sociale e produttivo italiano. In piena crisi economico-finanziaria e in piena recessione, non un provvedimento viene varato a favore dei più deboli. Lo spot della social card non convince nessuno. Per far crescere di nuovo la fiducia e la domanda servono sgravi immediati a salari e pensioni. Urge una riforma profonda degli ammortizzatori sociali. Occorre facilitare l’accesso al credito alle piccole e medie imprese. Niente di tutto questo è stato fatto.

Al contrario le ferite peggiori sono state prodotte proprio sui centri nevralgici dello sviluppo italiano. Si riempiono le casse delle amministrazioni amiche con fondi destinati agli investimenti produttivi delle aree sottoutilizzate. Si dirottano miliardi di euro destinati alle strade e alle ferrovie della Calabria e della Sicilia. Si nega agli imprenditori meridionali il credito necessario alla ripartenza. Si taglia sull’università e la ricerca, favorendo il fenomeno dell’emigrazione.

Così non va. L’occasione del 25 ottobre deve essere colta nella sua essenza: una reazione forte a una politica che sta affossando questo Paese. Il popolo del Partito democratico farà sentire la sua voce. Dal basso, come è abituato a fare dal tempo delle primarie. La mobilitazione è oggi come mai necessaria per tornare a dare una speranza all’Italia. Per ricordare al governo di Silvio Berlusconi che lo Stato non è un consiglio di amministrazione, che l’Italia non è un’azienda. Ma un Paese unito, dove non devono esserci distinzioni tra figli e figliastri.

Comments Nessun Commento »