Per favore, non chiamatelo Piano Sud. O almeno non confondetelo con lo sterile ritornello ripetuto per tre anni dal governo della destra. Lo sblocco dei fondi per il Sud disposto venerdì dal Consiglio dei ministri è un’altra cosa. E marca una discontinuità radicale rispetto al recente passato berlusconiano. Il semplice fatto che la riorganizzazione operata dal governo abbia liberato oltre due miliardi di euro, getta una luce impietosa sull’incapacità tecnica e sulle colpe politiche del precedente esecutivo. Una compagine che, al netto degli annunci, non ha mai saputo (né voluto) gestire il capitolo strategico della coesione nazionale, rendendosi responsabile delle condizioni in cui versa attualmente il paese. Vanno quindi rispedite al mittente tutte le critiche alzate in questi giorni da Giulio Tremonti e da altri maggiorenti di una parte politica ormai priva di ogni credibilità.
Da una parte l’Istat, che registra livelli di disoccupazione mai raggiunti nel nostro paese, specialmente al Sud e tra i giovani. Che evidenzia una “impennata vertiginosa” del numero di persone che vive in baracca. Che denuncia una inaudita divaricazione tra costo della vita e salari. Dall’altra la guardia di finanza, secondo cui nel solo 2012 duemila evasori totali si sono spartiti qualcosa come 6 miliardi di euro. In mezzo, un divario spaventoso. Una voragine che offende il senso di giustizia e che è alla base della mancata crescita del nostro paese. L’Italia ha assoluto bisogno di aprire una stagione di coraggiosa redistribuzione fiscale, sociale ed economica. Chi ancora ne dubitasse, non ha che da riflettere su questi dati.
Il disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro è entratO in questi giorni nel vivo del suo iter parlamentare. Non un “ultimo miglio”, ma un cantiere attivo, in cui il Partito democratico inciderà concretamente migliorando i contenuti del testo e rilanciando, nel tema specifico delle relazioni industriali, un modello pienamente partecipativo. Sul versante delle correzioni, i nodi da sciogliere sono quelli indicati molto chiaramente su queste colonne da Cesare Damiano e Tiziano Treu. Le modifiche proposte dal Pd riguardano, in estrema sintesi, il potenziamento delle protezioni e degli ammortizzatori sociali, come pure l’istituzione di strumenti più incisivi di lotta al precariato che, specialmente nel Mezzogiorno, rappresenta una piaga esiziale.
Quanti problemi, quanti scioperi, e quanto tempo avremmo risparmiato con un accordo al tavolo della trattativa sul mercato del lavoro? E quanti problemi, quanti scioperi, e quanto tempo perderemmo ancora se il Partito democratico non avesse mediato fuori e dentro il parlamento, dando ascolto alle giuste istanze dei sindacati? Chi si affretta in questi giorni a celebrare la fine della concertazione, finge di non vedere il paziente ed efficace lavoro di ricucitura operato da Pierluigi Bersani in sinergia con le maggiori organizzazioni del lavoro.
Non la fine di una fase, ma l’inizio di un nuovo percorso. Il varo del disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro deve essere il primo passo di un cammino comune. L’avvio di una stagione davvero riformista, che coinvolga strutturalmente il corpo sociale e che, nel tema specifico delle relazioni industriali, si muova convintamente nella direzione di un modello pienamente partecipativo.
Un piano per gli investimenti e il lavoro produttivo nel Mezzogiorno, che dia slancio all’economia e alla crescita di tutta l’Italia. È lo spirito della mozione unitaria sottoscritta dalle tre maggiori forze politiche nazionali e approvata nei giorni scorsi dal parlamento, con il solo voto contrario della Lega nord. Un documento che potrebbe portare a una vera e propria svolta nel merito e nel metodo di lavoro su una materia cruciale come è la questione meridionale. Dal punto di vista dell’impostazione, è quantomai importante che governo e parlamento ricomincino lavorare insieme sul Sud. Dopo anni di approccio leghista, caratterizzato da politiche localistiche e da provvedimenti asfittici e anticoesivi, l’impostazione delle istituzioni nazionali cambia radicalmente. Il Mezzogiorno smette di essere visto come una palla al piede irredimibile e conquista giustamente, nel suo urgente bisogno di riscatto, un posto di primaria importanza nella strategia complessiva di sviluppo nazionale.
L’epilogo della trattativa tra governo e parti sociali è sicuramente una grande opportunità mancata. Si è arrivati a un passo da un traguardo epocale, che avrebbe permesso l’apertura di una importante fase di riformismo partecipato, una stagione capace di elevare al massimo il livello dello scambio e di mettere sul tavolo molti dei capitoli inerenti il nostro modello di sviluppo.
Esiste una forte relazione, nel nostro paese, tra mancato sviluppo delle zone deboli del Sud e deficit democratico. Un nesso profondo e biunivoco, che rende l’uno causa ed effetto dell’altro. La questione democratica è infatti implicita in una nazione che esclude di fatto un terzo della propria popolazione dal circuito produttivo e dai processi decisionali partecipativi.
Qualche volta anche le migliori intenzioni portano sulle strade sbagliate. È il caso della deriva che sta prendendo la discussione pubblica sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Più che un dibattito, uno sterile referendum che si nutre di frasi fatte. L’articolo 18 non né un totem, né un tabù. È un riferimento che fino ad oggi ha unito il mondo del lavoro senza mai essere messo in discussione dalle associazioni datoriali. Una norma che già non si applica al 90 per cento del sistema produttivo italiano, composto d imprese al di sotto dei 15 dipendenti, e che non ha mai impedito alle grandi aziende di ristrutturarsi in caso difficoltà economiche, come dimostrano decine di casi negli ultimi anni, a cominciare da Fiat.
È un’occasione imperdibile quella offerta dalla riconquistata unità del fronte sociale. Una opportunità che il governo Monti deve saper cogliere fino in fondo, dando il via a un confronto concertativo che abbia l’ambizione di riformare i pilastri del nostro welfare e di portare a compimento il lavoro iniziato con il decreto salva Italia. Significa cooperare per ridefinire dalle fondamenta il sistema di ammortizzatori sociali, garantendo tutela a tutte le tipologie contrattuali. Significa onorare il lavoro iniziato a dicembre con la riforma del sistema pensionistico e porre le basi di un grande patto generazionale a favore delle giovani leve. Con coraggio e responsabilità il Partito democratico ha approvato quel provvedimento, che è il più coerente che si trovi in Europa. Il governo deve ora fare il passo decisivo, portando a compimento un tavolo di reale cooperazione su obiettivi strategici comuni. In poco tempo si può fare molto. Basta puntare i riflettori sui problemi giusti. Mantenere lo sguardo sui reali obiettivi strategici ed evitare di perdere tempo con sterili referendum sull’articolo 18 e sul posto fisso. Un falso problema vecchio di venti anni. Nel mare in tempesta in cui si trova l’Italia l’ultima cosa che dobbiamo fare è ascoltare il canto delle sirene neoliberiste. Sirene che, c’è da dirlo, abitano anche nel nostro partito. La sfida, oggi, non è quella di rivedere le regole che tutelano i lavoratori. Non si tratta di tagliere, ma anzi di allargare i diritti del lavoro, trovando il modo di coniugare questo allargamento al necessario aumento della produttività e della competitività.