Avanti così con qualche ritocco

Non c’è proprio nulla di enfatico nel titolo assegnato dallo stesso Mario Monti al cosiddetto decreto “salva Italia”. C’è davvero un paese da salvare in questo momento. Un paese che fino a due giorni fa era sull’orlo del fallimento, dove l’aveva lasciato il governo di Berlusconi, Bossi e Tremonti. Di fronte a questa prospettiva la manovra, per quanto dura, è nel suo insieme assolutamente necessaria. Consapevolezza che accompagna non solo gran parte del mondo della politica, ma anche tutte le maggiori organizzazioni sociali e la maggioranza della cittadinanza. Non bisogna confondere la protesta dei sindacati con un veto acritico all’impianto complessivo del provvedimento. Le reazioni del mondo del lavoro sono legittime e comprensibili, nella misura in cui si traducono in puntuali e responsabili proposte e avanzano la giusta pretesa di aprire al più presto un dialogo concertativo con la squadra del Professore. Il Partito democratico ascolta con attenzione queste voci. E chiede al governo di aprire spazi  per migliorare i contenuti del decreto. L’obiettivo deve essere quello di rafforzarne l’impostazione coesiva attraverso l’intervento su due fondamentali capitoli: la tutela degli assegni pensionistici più bassi e la centralità delle zone deboli nella strategia di sviluppo nazionale.

Occorre anzitutto elevare a duemila euro la soglia delle pensioni al riparo dal blocco degli adeguamenti all’inflazione. Un ritocco che richiede una quantità di risorse facilmente reperibili da un adeguato innalzamento dell’aliquota relativa al prelievo dei capitali scudati, ferma ora all’1,5 per cento. Parliamo di cento miliardi letteralmente regalati dalla compagine berlusconiana ai grandi evasori per la scandalosa cifra del 5 per cento. Tanto per intenderci, provvedimenti simili sono stati adottati in Germania con una l’aliquota del 20 per cento e senza la gravissima clausola dell’anonimato.

È poi necessario accelerare la definizione di una strategia di crescita nazionale che ponga al centro la convergenza delle zone deboli. C’è da dire che alcuni importanti passi sono stati fatti. La decisione di istituire un fondo di compensazione atto a sbloccare fondi strutturali Ue va nella giusta direzione, così come il bonus Irap maggiorato del 50 per cento per le imprese meridionali che assumono giovani a tempo indeterminato. Una misura che riprende le linee di un identico provvedimento varato nel 2007 dal governo Prodi e successivamente smantellato da Giulio Tremonti. Per percorrere fino in fondo questa strada è necessario rilanciare con energia la fiscalità di sviluppo. Bisogna cogliere l’occasione offerta dall’Europa di utilizzare i fondi strutturali per realizzare strumenti di fiscali compensativi. E indirizzare almeno due miliardi delle risorse sbloccate per attivare crediti d’imposta per gli investimenti al Sud. Un intervento di questa portata sarebbe in grado di creare nelle zone deboli del Sud non meno di centomila posti di lavoro produttivi.

Quando c’è un paese da salvare gli interessi di bottega devono lasciare spazio alle ragioni della coesione e del bene comune. Ancor più se il vociare sgangherato e propagandistico arriva dalle fila del Carroccio che porta, insieme al Pdl, tutta la responsabilità dell’attuale condizione paese. Fare la voce grossa dopo aver colpito in ogni modo le fasce e le zone deboli, ergersi a paladini di non si sa cosa dopo aver scippato miliardi a più poveri per premiare furbi ed evasori, rivendicare chissà quale primato dopo aver messo in ginocchio l’Italia, è semplicemente grottesco.

europa_07122011

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