La manovra è in dirittura d’arrivo alla Camera. Con sé porta un carico di sacrifici per tutti, e la prospettiva di un risanamento da cui dipende il domani del nostro paese. Il Partito democratico ha lavorato intensamente in parlamento per dare al decreto un profilo di maggiore equità. I risultati, come è noto, vanno dall’innalzamento del livello di rivalutazione delle pensioni all’abbassamento della soglia di tracciabilità, dagli sgravi Imu per le famiglie più numerose all’imposizione strutturale sui capitali scudati. Passi importanti lungo un percorso che porta a una riforma fiscale solidale, e che individua i propri cardini nella lotta all’evasione e nel maggiore contributo delle ricchezze e delle rendite improduttive. Chi dice che in questa manovra manca la componente della patrimoniale, compie un’operazione di pura demagogia.
Il risanamento, da solo, è condizione necessaria ma non sufficiente allo sviluppo. Su questo versante la debolezza mostrata dal governo sul capitolo delle liberalizzazioni è stupefacente. Tuttavia, nel decreto si riconoscono anche elementi essenziali ad aprire una stagione di investimenti mirati e di coraggiose riforme redistributive. La modifica del sistema pensionistico va in questa direzione, perché propone un nuovo patto generazionale tra padri e figli, a favore di questi ultimi. Intendiamoci: la riforma, così com’è, presenta ancora un aspetto di inaccettabile iniquità come la penalizzazione dei lavoratori sotto i 62 anni che hanno maturato 42 anni di contributi. Una norma che va rimossa, senza se e senza ma. Tuttavia, nel suo complesso, il provvedimento ha l’ambizione di raddrizzare quella tradizionale stortura italiana che vede scaricare sulle spalle delle giovani leve i costi delle vecchie. Il modello qui si inverte, liberando risorse che dovranno essere utilizzate per ristrutturare e potenziare il sistema di ammortizzatori sociali.
È esattamente su questo punto che il decreto salva Italia deve saldarsi con la cosiddetta “fase due” del rilancio. Il passaggio erga omnes al contributivo garantirà alle casse dello Stato almeno quattro miliardi già dal 2012, risparmio destinato a crescere esponenzialmente negli anni successivi. Questi soldi dovranno essere messi a disposizione di una riforma radicale del sistema di welfare. L’obiettivo deve essere quello di pervenire a un modello di flexsecurity universale, capace di coprire il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni contrattuali, che siano flessibili o rigide, subordinate o parasubordinate. Traguardo ineludibile, al quale si deve affiancare una politica fiscale che incentivi le assunzioni a tempo indeterminato con l’innalzamento delle aliquote contributive sul lavoro precario. In altri termini, un’ora di impiego stabile dovrà costare meno dell’equivalente lavoro svolto in regime flessibile. Un simile progetto deve essere alla base di una riorganizzazione delle regole che estenda e non comprima i diritti dei lavoratori. Inutile quindi entrare in sterili referendum sull’articolo 18, che non ha mai impedito alle aziende di assumere e di fatto già non si applica al 90 per cento del sistema produttivo italiano, composto da aziende al di sotto dei 15 dipendenti. La scommessa è quella di agganciare la competitività alla solidarietà, la produttività all’allargamento dei diritti del lavoro.
Un mosaico complesso, che va composto necessariamente in un contesto concertativo. Solo l’attivo coinvolgimento delle parti sociali nella fucina delle riforme può garantire un risultato all’altezza. Sulla contrattazione il faro deve rimanere fermo a quell’accordo di giugno su cui imprese e mondo del lavoro oggi si ritrovano compatti. Questo fronte sociale, responsabile e unitario, rappresenta la più grande opportunità data all’esecutivo per avviare su questa materia un processo di riforme eque e durature. Sotto questo profilo, dalle parti di Palazzo Chigi, la discontinuità con recente passato berlusconiano si comincia a vedere. Ma questo spiraglio deve trasformarsi ora in vera e propria concertazione, in una fase di responsabile cooperazione che raccolga la sfida della crescita nell’equità.