Chi ha paura della democrazia economica? L’avvio a Palazzo Chigi delle consultazioni con con le parti sociali in vista della riforma del mercato del lavoro offre un’occasione unica. Aprire una stagione di reale concertazione che metta sul tavolo la questione della partecipazione dei lavoratori alle decisioni strategiche d’impresa. Un cambio di prospettiva radicale, che vada ben oltre il motto semplicistico “agganciare i salari alla produttività” e che invece miri ad allargare il dominio dei poteri e dei diritti del lavoro in cambio di maggiore produttività e del superamento dell’antagonismo secco nelle imprese. Follia? Utopia? Non per la Germania, che grazie a questo modello è cresciuta negli ultimi anni più di qualunque altra economia occidentale, creando nel solo 2011 oltre 400mila posti di lavoro. Alla faccia della crisi.
A Berlino la chiamano Mitbestimmung. È la cogestione, il coinvolgimento attivo dei lavoratori nelle sedi decisionali delle aziende, attraverso una massiccia rappresentanza in specifici organismi aziendali, i consigli di Sorveglianza. Una formula in vigore dagli anni Cinquanta, che ha permesso alle imprese tedesche, anche quelle che hanno aumentato l’occupazione nelle filiali straniere, di mantenere in patria un numero di posti di lavoro superiore a quello di aziende simili. Ogni riforma, ogni azione strategica si prende in questo modo tra proprietà, consigli di sorveglianza e rappresentanti dei lavoratori. Si condividono così vittorie e sacrifici, impedendo i licenziamenti anche nelle fasi di grave congiuntura.
Un esempio pratico è Volkswagen, che da poco ha conquistato il titolo di prima casa automobilistica mondiale. In quel di Wolfsburg non sono state sempre rose e fiori. I traumi non sono mancati. Quando, all’inizio degli anni Novanta, si dovette fronteggiare un calo drastico della domanda e si abbassò paurosamente la capacità produttiva degli impianti, i “creativi” di Wolfsburg inventarono la settimana corta di 28,8 ore e una riduzione della retribuzione standard per evitare il licenziamento di 30mila dipendenti. La formula della cogestione, unita alla responsabilità e alla lungimiranza delle rappresentanze dei lavoratori, ha permesso così che neanche un posto andasse perduto.
Altro scenario: nel 2001 la dirigenza della Volkswagen indice un bando interno tra i vari stabilimenti per assegnare la produzione della nuova Touran. Il marchio tedesco ha naturalmente stabilimenti in tutto il mondo. Di fronte al rischio di perdere un pezzo di produzione, la fabbrica domestica di Wolfsburg rispondeva ancora una volta in maniera unita con la formula del 5000 x 5000, che indicava l’assunzione di 5mila giovani retribuiti con “contratti di solidarietà” a 5mila marchi al mese. Equivalenti a circa 2.500 euro, paga inferiore del 20 per cento ai salari standard Volkswagen. Delocalizzazione scongiurata, nuova occupazione garantita. E chi da noi ha orecchie per intendere…
L’esempio tedesco – e quello italiano del ‘92-’93 – dimostra che attraverso una azione coordinata delle istituzioni, degli imprenditori e del sindacato si possono governare le grandi dinamiche della politica economica, e in particolare le variabili dello sviluppo e dell’occupazione. Dobbiamo muoverci verso un paradigma italo-tedesco, che unisca la grande forza e organizzazione del nostro corpo sociale a un modello istituzionale che preveda il superamento del conflitto e la compartecipazione delle decisioni nelle relazioni industriali. Bene allora a una fase unitaria nella trattativa sulla riforma del mercato del lavoro che si trasformi presto in una stagione di vera e propria concertazione. In un patto sociale per la crescita in cui tutti gli attori in grado di farlo diano un contributo su obiettivi strategici comuni. Governo e parti sociali hanno oggi la capacità e l’occasione di individuare soluzioni eque e condivise. Bisogna cogliere questa opportunità fino in fondo, valutando anche l’introduzione di strumenti partecipativi e di democrazia economica nel mondo delle imprese. Se non ora, quando?