Prima Giavazzi e Alesina, ora Di Vico, a breve chissà quale altro big di via Solferino. Fatto sta che al Corriere della Sera è ormai guerra aperta alla concertazione. Sulle colonne del primo giornale nazionale si sprecano gli editoriali che tentano di ricondurre le maggiori debolezze patrie al confronto tra governo e parti sociali. L’argomento è pressappoco il seguente: se in Italia non si riesce a cambiare nulla, se il motore della nazione è fermo è perché gli esecutivi si preoccupano troppo di ottenere il placet di tutte le parti sociali. Corollario: un esecutivo non sarà mai in grado di prendere decisioni impopolari se offre ai soggetti colpiti dai tagli la possibilità di contrattare alternative. Un teorema ideologico, pericoloso e completamente sballato.
Il metodo della concertazione è esattamente il contrario di tutto ciò. Non c’è conflitto tra il decidere e il concertare. La responsabile partecipazione degli attori sociali nella definizione di obiettivi strategici condivisi è, anzi, l’unica via in grado di dare concretezza a riforme strutturali e strategiche, anche quando sono impopolari. Ce lo insegna il biennio ’92-’93, e la serie serie di accordi non certo popolari, che riuscirono tuttavia a tirar fuori il paese dalla spirale della disoccupazione e dell’inflazione. Concertare vuol dire governare insieme il consenso, allargare il dominio delle responsabilità per incidere realmente sulle dinamiche della politica economica oltre gli interessi delle singole costituency. Questa formula, efficace in particolare nelle fasi di crisi, non ha nulla a che vedere con il consociativismo, a cui i “guru” del Corriere cercano in qualche modo, e strumentalmente, di ricondurla.
Ridurre il metodo della concertazione a una serie di tavoli e tavolini in cui non si decide mai, significa non capire che ad averci portato a questo punto è la retorica falso-decisionista dell’uomo solo al comando. Un modello che non ha prodotto altro che non l’aumento delle disuguaglianze e delle disuguaglianze tra fasce sociali e aree geografiche. Ha ragione Di Vico, l’obiettivo è oggi quello di puntare alla crescita, all’inclusione e alla riduzione dei divari. Ma dopo dieci anni di sterile impianto unilaterale targato Berlusconi gli indicatori ci restituiscono l’immagine di una nazione profondamente divisa, economicamente e socialmente sfilacciata. Vogliamo davvero continuare su questa strada? La sfida consiste nel ricomporre quello che è stato frammentato. Nel riavvicinare il Sud al Nord, le classi popolari a quelle benestanti, i precari ai lavoratori garantiti. Solo recuperando uno spirito di coesione e di responsabile cooperazione tra istituzioni e corpo sociale si potrà aprire una stagione di riforme eque e durature.