È un’occasione imperdibile quella offerta dalla riconquistata unità del fronte sociale. Una opportunità che il governo Monti deve saper cogliere fino in fondo, dando il via a un confronto concertativo che abbia l’ambizione di riformare i pilastri del nostro welfare e di portare a compimento il lavoro iniziato con il decreto salva Italia. Significa cooperare per ridefinire dalle fondamenta il sistema di ammortizzatori sociali, garantendo tutela a tutte le tipologie contrattuali. Significa onorare il lavoro iniziato a dicembre con la riforma del sistema pensionistico e porre le basi di un grande patto generazionale a favore delle giovani leve. Con coraggio e responsabilità il Partito democratico ha approvato quel provvedimento, che è il più coerente che si trovi in Europa. Il governo deve ora fare il passo decisivo, portando a compimento un tavolo di reale cooperazione su obiettivi strategici comuni. In poco tempo si può fare molto. Basta puntare i riflettori sui problemi giusti. Mantenere lo sguardo sui reali obiettivi strategici ed evitare di perdere tempo con sterili referendum sull’articolo 18 e sul posto fisso. Un falso problema vecchio di venti anni. Nel mare in tempesta in cui si trova l’Italia l’ultima cosa che dobbiamo fare è ascoltare il canto delle sirene neoliberiste. Sirene che, c’è da dirlo, abitano anche nel nostro partito. La sfida, oggi, non è quella di rivedere le regole che tutelano i lavoratori. Non si tratta di tagliere, ma anzi di allargare i diritti del lavoro, trovando il modo di coniugare questo allargamento al necessario aumento della produttività e della competitività.
Un’utopia? Niente affatto. Non in Germania, almeno, che ha registrato nel 2011 livelli di occupazione record dalla riunificazione del 1990. Guardare a Berlino significa ispirarsi ai due principali cardini del suo sviluppo: integrazione e democrazia economica, che rispondono rispettivamente all’esigenza della crescita e della competitività. Sul versante dell’integrazione socio-economica è sufficiente rievocare un dato: la locomotiva d’Europa ha investito (bene) nelle zone deboli dell’Est l’equivalente odierno di oltre 1500 miliardi di euro. Circa 75 miliardi l’anno, poco meno del 5 per cento del suo Pil annuo. L’Italia ha invece speso (male) nel Mezzogiorno 360 miliardi in 60 anni. Meno dello 0,7 per cento del prodotto interno lordo. Quello di cui il paese ha bisogno è di un grande patto per la crescita e la coesione nazionale. Un accordo che ponga come obiettivo strategico della politica di sviluppo nazionale una più equa distribuzione delle risorse tra aree geografiche e ceti sociali.
Bisogna avere il coraggio di ridisegnare i pilastri di un welfare e di un capitalismo più solidali, stabili e responsabili. mettere sul tavolo alcuni dei più importanti capitoli che compongono il nostro attuale modello di sviluppo. In tema di relazioni industriali va assolutamente colta l’opportunità di introdurre la questione della partecipazione dei lavoratori alle decisioni strategiche d’impresa. Significa aprire un cantiere sulla democrazia economica e su un modello industriale che preveda strumenti di reale cogestione da parte del mondo del lavoro. Dobbiamo muoverci verso un paradigma italo-tedesco che coniughi la nostra tradizione concertativa e la grande forza del nostro corpo sociale a un modello istituzionale stabile, capace di affrancare il rapporto tra capitale e lavoro dalla mera logica dei rapporti di forza.
È questo il momento di agire insieme, in un contesto di responsabile cooperazione e di totale rispetto della autonomia delle parti sociali. Per questo, in materia di riforma delle regole e del mercato del lavoro, è necessario che la politica e le istituzioni riconoscano la massima sovranità decisionale delle rappresentanze, rimettendosi al frutto della trattativa secondo il faro dell’accordo interconfederale del 28 giugno. Ecco perché il Partito democratico deve impegnarsi in questa fase a votare solo una riforma pienamente condivisa dalle parti sociali. In caso contrario, a mio giudizio, non bisogna esitare, e votare contro.