Sempre più lontani, sempre più divisi. Le indagini diffuse nelle ultime 48 ore dall’Ocse, da Bankitalia e dall’Istat restituiscono l’immagine di un’Italia spaccata. Un paese ferito e frenato da spaventosi livelli di disuguaglianza nei redditi, nei patrimoni, nelle opportunità. Tabelle e numeri pesanti come macigni, che evidenziano come il 10 per cento delle famiglie più ricche possegga quasi il 45 per cento della ricchezza complessiva, mentre il 50 delle famiglie più povere non vada oltre il 10. Insomma, i ricchi sono sempre di meno e sempre più ricchi, i poveri sempre più numerosi e sempre più poveri. Una deriva che è andata accelerando specialmente negli ultimi dieci anni, complici le politiche disgreganti dell’asse Bossi-Tremonti. E che denuncia ancora una volta il forte nesso causale che lega la cattiva distribuzione della ricchezza alle crisi economiche.
La recessione è figlia oltre che madre dell’iniquità. Combattere le disuguaglianze sociali e geografiche non è dunque più solo un imperativo etico. È l’unica strada in grado di portarci fuori dalle secche in cui siamo finiti. L’unico modo per ravviare un mercato interno in stato di shock e per accendere il motore di una economia che oggi funziona solo a metà. Specialmente in l’Italia, che riproduce nel divario Nord-Sud una condizione strutturale di spaventosa sperequazione. Il governo è chiamato oggi a rispondere in modo forte a una esigenza prettamente redistributiva. Significa porre al centro della politica di sviluppo il riscatto delle zone e dei ceti deboli. Guardare al Sud e alle sue enormi potenzialità come alla più importante leva di crescita di cui disponiamo. Realizzare politiche fiscali che sgravino i ceti medi e popolari recuperando risorse da chi sta meglio. Aprire un cantiere concertativo che ambisca a ridefinire il nostro modello di sviluppo secondo i principi della solidarietà e della partecipazione.
Tre assi su cui cominciare a lavorare da subito valutando tre proposte concrete. Primo, il Sud. Alcuni passi importanti sono stati fatti dalla squadra di Monti. La tremenda impostazione leghista è stata sostituita da una visione coesiva e unitaria. Ora però occorre accelerare, riattivando quegli strumenti di fiscalità di sviluppo – Zfu e credito d’imposta per gli investimenti – introdotti dal governo Prodi e smantellati dalla compagine di Berlusconi. Un intervento di due miliardi a valere dai fondi strutturali europei creerebbe non meno di 100mila posti di lavoro nelle aree a più alto potenziale di sviluppo. Secondo, le politiche fiscali. Monti ha detto bene: chi non paga le tasse mette le mani in tasca ai più deboli. E allora ridiamo questi soldi a chi sta peggio indirizzando le risorse recuperate dalla lotta all’evasione fiscale per abbassare le aliquote del primo Irpef dal 23 al 20 per cento.
Infine, in tema di relazioni industriali, va assolutamente colta l’opportunità di introdurre la questione della partecipazione dei lavoratori alle decisioni strategiche d’impresa. Significa aprire un cantiere sulla democrazia economica e su un modello industriale che preveda strumenti di reale cogestione da parte del mondo del lavoro. Modello peraltro prefigurato dai nostri padri costituenti nell’articolo 46 della Costituzione, che riconosce “il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. Governo, parlamento e parti sociali hanno oggi la possibilità di raccogliere fino in fondo questa sfida di responsabilità.