Quanti problemi, quanti scioperi, e quanto tempo avremmo risparmiato con un accordo al tavolo della trattativa sul mercato del lavoro? E quanti problemi, quanti scioperi, e quanto tempo perderemmo ancora se il Partito democratico non avesse mediato fuori e dentro il parlamento, dando ascolto alle giuste istanze dei sindacati? Chi si affretta in questi giorni a celebrare la fine della concertazione, finge di non vedere il paziente ed efficace lavoro di ricucitura operato da Pierluigi Bersani in sinergia con le maggiori organizzazioni del lavoro.
Non la fine di una fase, ma l’inizio di un nuovo percorso. Il varo del disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro deve essere il primo passo di un cammino comune. L’avvio di una stagione davvero riformista, che coinvolga strutturalmente il corpo sociale e che, nel tema specifico delle relazioni industriali, si muova convintamente nella direzione di un modello pienamente partecipativo.
A Palermo primarie saranno. Nella delicata fase che precede il confronto elettorale per il sindaco del capoluogo siciliano, il centrosinistra sarà compatto nello scegliere un candidato unitario attraverso la più larga partecipazione della propria base. Un risultato strategico e decisivo, frutto dell’azione paziente e decisa del segretario nazionale del Pd, Pierluigi Bersani, e di quello regionale, Giuseppe Lupo. Il Partito democratico si presenta all’appuntamento del 4 marzo con il nome di punta di Rita Borsellino e con il risultato di avere ricomposto il fronte delle forze progressiste in un cammino comune di integrazione e sviluppo per la città. Significa, per essere chiari, lavorare, dove è possibile, a una grande alleanza di governo che includa i moderati, ma sempre a partire dall’unità delle forze di centrosinistra. Polemiche inutili, quelle avanzate nei giorni scorsi da alcuni esponenti democratici. L’impostazione è chiara, conferma la linea assunta dal Pd a livello regionale. Inserendosi perfettamente nel solco della strategia nazionale di un partito che ha oggi l’ambizione e il dovere di essere al centro della costruzione dell’alternativa alle disastrose esperienze di governo del centrodestra.
Le fughe in avanti non sempre portano lontano. La decisione unilaterale della Cgil di indire uno sciopero generale rischia di indebolire un fronte sociale che deve assolutamente restare unito. Di allargare un solco faticosamente e responsabilmente colmato in questi mesi. E di aprire una fase di confusione che il governo potrebbe strumentalizzare per dividere ancora una volta il mondo del lavoro, che invece deve essere e sentirsi coinvolto nel suo complesso nel processo di riforma che attende il paese.
Coeso, reattivo, pronto al passo decisivo. È un segnale forte di unità e di concretezza quello lanciato dal Partito democratico nella direzione di lunedì. L’apprezzamento unanime incassato da Bersani va ben oltre il riconoscimento per gli straordinari risultati ottenuti alle amministrative. È un sì di merito su una proposta che rende il partito protagonista di un comune cammino verso una stagione di ritrovata coesione sociale, istituzionale e democratica. L’Italia vive un momento di massima allerta. Il sistema di comando eretto da Berlusconi è in completo disfacimento. Sta finalmente per chiudersi un capitolo iniziato dieci anni fa e che ha prodotto tante e tali macerie da rendere oggi necessaria una nuova fase fondativa, una stagione per molti versi simile a quella che affrontarono i nostri padri costituenti. Ma non è ancora finita. Anzi, l’agonia di questo sistema rende la fase attuale ancora più pericolosa.
Nella politica, come nella vita, non è mai “tutto uguale”. Ad azioni specifiche corrispondono precipue responsabilità. Alle parole, il rispettivo significato. Bersani ha effettivamente affermato che il Pd non è stato in grado di intercettare la voglia di riscatto dei meridionali. E non è certo un segreto che “il nuovo vento del nord” si sia indebolito sotto il parallelo di Roma. Ma quella frase, pure decontestualizzata come appare nel dolente fondo di Giuseppe Di Fazio, sta proprio a significare la volontà di porre rimedio a tale situazione. Come? Bersani lo spiega in tutto il resto del discorso. In sintesi: rafforzando un progetto di sviluppo nazionale che ponga al centro le ragioni della coesione e della convergenza delle realtà più deboli.
D’Antoni spiega: “Se andassimo bene nelle quattro città, con due vittorie al primo turno (Torino e Bologna, ndr) e due ballottaggi (Milano e Napoli, ndr), sarebbe il risultato che segna il grande rilancio e la sconfitta del berlusconismo, che in queste settimane ha parlato come se non governasse lui da tre anni”. E se qualche settimana fa a Napoli de Magistris sembrava avanti a Morcone, adesso “penso che alla fine dovremmo farcela, e quanto meno puntarci…”.
Bersani: “Non vorrei si facesse un pacco dono a Berlusconi. La palla è da quella parte, dobbiamo parlare dei problemi del paese. Le elezioni anticipate ci saranno, perché tre anni sono lunghi. Ci saranno e avranno un padre ed una madre, Silvio Berlusconi e il suo fallimento. Il problema adesso è capire che il paese vive un momento difficile e bisogna offrire prospettive molto concrete: lavoro, fisco e scuola. Se la palla è nel campo del governo, non bisogna ributtarla noi dalla nostra parte”.
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